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Il perché delle cose… amorose (Barthes)

Un tentativo ed una risposta personali ad una delle domande più antiche dell’homo sapiens, pensata e pronunciata in un contesto affettivo/amoroso. Perché?. Che sia di buon pro al lettore.

PERCHÈ
Mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

1. Esiste per me un “valore superiore”: il mio amore. Io non dico mai: “A che pro?”. Non sono nichilista. Non mi chiedo qual è il fine. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei “perché”: ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami?. Come si può non amare questo io che l’amore rende perfetto (che dà tanto, che rende felice, ecc…)? Domanda la cui insistenza sopravvive all’avventura amorosa: “Perché non mi hai amato?”; o anche: “O, dimmi, dilettissimo amore del mio cuore, perché mi hai abbandonato? [O sprich, mein herzallerliebstes Lieb, warum verliessest du mich?]”

2. Ben presto (o contemporaneamente) la domanda non sarà più “perché non mi ami?”, ma: “perché non mi ami solo un po’?” Come fai ad amare un po’? Che cosa vuol dire amare “un po'”? Io vivo nel regime del troppo o del non abbastanza; avido come sono di coincidenza, tutto ciò che non è totale mi sembra parsimonioso; ciò che io cerco è occupare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità, e da cui sia bandito il bilancio.
O anche – dato che sono nominalista: perché non mi dici che mi ami?

3. La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero[1]. Ogni dolore mi è dato più dal tradimento che non dal dubbio: infatti, solo chi crede di essere amato può essere geloso, e solo chi ama può tradire: episodicamente, l’altro manca nei confronti della sua essenza, che è quella di amarmi; ecco l’origine della mia infelicità. Ma un delirio esiste soltanto se da esso ci si desta (i deliri sono retrospettivi): finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore non avrebbe potuto che esclamare: ma cos’è che vuole, in fin dei conti? (proprio come si dice di un bambino difficile).

[1] Freud: “Sia chiaro che la psicosi allucinatoria di desiderio […] non solo porta alla coscienza desideri occulti o rimossi, ma anche li presenta, in perfetta buona fede, come appagati” (Metapsicologia, 97)

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Add comment July 19th, 2009 dark

Quello che i visitatori non dicono

… ma Google Analytics sì (ed anche molto chiaramente).

Dato che non ho ancora sonno (e sono le 6 passate), ho deciso di fare un giro tra le statistiche del blog e dare un’occhiata alle parole chiave che, dai motori di ricerca, portano su queste pagine. La situazione è curiosa, ma senza dubbio indicativa dei contenuti qui presenti (o del profilo dei visitatori).

  • Le ricerche più frequenti riguardano gli articoli tecnici, vedi quelli su Skype e Virtualbox. Ovvio.
  • C’è un’infinità di chiavi diverse per il (singolo!) articolo, con citazione, del film su Batman: The Dark Knight. Evidentemente la mia fedele riproduzione del dialogo finale interessa una buona fetta dei visitatori casuali.
  • Le citazioni di Barthes sono un po’ meno richieste, ma almeno l’ortografia delle chiavi è corretta (cosa che non posso dire del precedente punto).
  • Ed, infine, sembra che, poco tempo fa, qualcuno si sia interessato alla chiusura, ristrutturazione e recente riapertura della sede Galliari (o Valentino, per i puristi) del Collegio Einaudi. Questo non me l’aspettavo.
  • Infine, un singolo visitatore è arrivato qui cercando video porno hardcore. Peccato per lui (o lei).

Devo decidermi a chiudere Exaile, o non mi verrà mai sonno. Beh, almeno la carica della batteria del portatile non è infinita.

Add comment October 2nd, 2010 dark

Sull’assenza

Il lettore paziente ed interessato perdonerà l’impervietà delle frasi e farà proprie le riflessioni del seguente estratto.

1. Molti Lieder, molte melodie e canzoni sull’assenza amorosa. E tuttavia, questa figura classica, in Werther, non la si trova. La spiegazione è semplice: là, l’oggetto amato (Carlotta) non si muove; è il soggetto amoroso (Werther) che, a un certo punto, s’allontana. Orbene, l’unica assenza è quella dell’altro: è l’altro che parte, sono io che resto. L’altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto d’una stazione. L’assenza amorosa è possibile in un solo senso e non può essere espressa che da chi resta – e non da chi parte: io, sempre presente, non si costituisce che di fronte a te, continuamente assente. Esprimere l’assenza equivale a significare di colpo che il posto del soggetto e il posto dell’altro non possono essere permutati; è come dire: “Sono meno amato di quanto io ami”.

2. Storicamente, il discorso dell’assenza viene fatto dalla Donna: la Donna è sedentaria, l’Uomo è vagabondo, viaggiatore; la Donna è fedele (aspetta), l’uomo è cacciatore (cerca l’avventura, fa la corte). È la Donna che dà forma all’assenza, che ne elabora la finzione, poiché ha il tempo per farlo; essa tesse e canta; le Tessitrici, le Canzoni cantate al telaio esprimono al tempo stesso l’immobilità (attraverso il ronzio dell’Arcolaio) e l’assenza (in lontananza, ritmi di viaggio, onde marine, cavalcate). Ne consegue che in ogni uomo che esprime l’assenza dell’altro si manifesta l’elemento femminino: l’uomo che attende e che soffre è miracolosamente femminizzato. Un uomo è femminizzato non perché è invertito, ma perché è innamorato. (Mito e utopia: come l’origine è appartenuta, così anche l’avvenire apparterrà ai soggetti in cui vi è del femminino).

3. Talvolta mi succede di sopportare bene l’assenza. Io sono allora “normale”: sono in linea col modo in cui “tutti” sopportano la separazione da una “persona cara”; mi conformo con cognizione all’addestramento attraverso cui sono stato abituato assai per tempo ad essere separato da mia madre – ciò che tuttavia, in principio, non mancò di essere doloroso (per non dire sconvolgente). Agisco da soggetto ben svezzato: aspettando, so nutrirmi di altre cose che non siano solamente il seno materno.
Questa assenza ben sopportata non è altro che l’oblio. A intermittenza, io sono infedele. È la condizione per la mia sopravvivenza; poiché se io non dimenticassi, morirei. L’innamorato che non dimentica qualche volta, muore per eccesso, fatica e tensione di memoria (come Werther).
[…]

5. All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione, nasce una sorta di presente insostenibile; mi trovo incastrato fra due tempi: il tempo della referenza e il tempo dell’allocuzione: tu te ne sei andato (della qual cosa soffro), tu sei qui (giacché mi rivolgo a te). Io so allora che cos’è il presente, questo tempo difficile: un pezzo di angoscia pura.
L’assenza si protrae e bisogna che io la sopporti. Io devo perciò manipolarla: trasformare la distorsione del tempo in un movimento di va e vieni, produrre del ritmo, aprire la scena del linguaggio (il linguaggio nasce dall’assenza: il bambino si è fabbricato un rocchetto, lo lancia e lo riacchiappa, mimando la partenza e il ritorno della madre: un paradigma è stato creato). L’assenza diventa una pratica attiva, un affaccendamento (che m’impedisce di fare altro); ha luogo la creazione d’una finzione con ruoli multipli (dubbi, rinfacciamenti, desideri, malinconie). Questa messa in scena di linguaggio allontana la morte dell’altro: un brevissimo momento, si dice, separa il tempo in cui il bambino crede sua madre ancora assente da quello in cui la crede già morta. Manipolare l’assenza significa far durare questo momento, ritardare il più a lungo possibile l’istante in cui l’altro potrebbe, dall’assenza, piombare bruscamente nella morte.
[…]

7. Prendo posto in un caffè, da solo; gli amici vengono a salutarmi; mi sento al centro dell’attenzione, richiesto, lusingato. Ma l’altro è assente; lo convoco dentro di me affinché mi trattenga sul margine di questa compiacenza mondana, che mi spia. Faccio appello alla sua “verità” (la verità di cui egli mi dà la sensazione) per contrapporla all’isteria di seduzione in cui mi sento scivolare. Io rendo l’essenza dell’altro responsabile della mia mondanità: invoco la sua protezione, il suo ritorno; voglio che l’altro compaia, che, come una madre che viene a prendere il suo bambino, mi allontani dalla briosità mondana, dall’infatuazione sociale, che mi dia nuovamente “l’intimità religiosa, la gravità” del mondo amoroso.
(X… mi diceva che l’amore lo aveva protetto dalla mondanità: conventicole, ambizioni, promozioni, intrighi, alleanze, secessioni, ruoli, poteri: l’amore aveva fatto di lui un rifiuto sociale, ciò di cui egli si compiaceva).

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Add comment March 24th, 2009 dark


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