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25 aprile, giorno dei caduti di Salò

Un titolo provocatorio per far riflettere (com’è abitudine dell’editore di questo blog).
Non pretendo di sostenere una tesi pubblicamente su queste pagine, ma preferisco iniettare nei lettori il germe del dubbio, al massimo come preludio ad una discussione di persona (o per telefono, se le distanze non lo permettono). Ciononostante, le parole spese negli ultimi giorni sulla ricorrenza della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista hanno a volte travalicato il limite del grottesco.
Dunque, una dose di rap molfettese a beneficio delle vostre sinapsi: Pimpami la storia, di Caparezza, dall’album Le dimensioni del mio caos.

Bella prof e che schifo Garibaldi, vestito dai saldi, peloso come Garfield. Via la camicia rossa e dagli una t-shirt Trussardi su jeans Cavalli. Sulla faccia lenti a goccia Ray Ban e poi taglia la barba a sta capoccia da Imam. Un nunchaku da Jackie Chan gli dà più charme, ora si che Gary c’ha i più fieri dei fans. Bella! Mondiale la seconda guerra ma su sto libro è dato che abbiamo ingoiato merda! È regolare che non studia nessuno, scrivi: Italia batte resto del mondo 18 a 1. I campioni siamo noi, siamo noi perciò aggiungi “Po po po po po”. Il capitano fa goal, bordello come Gogol, storia XL non una small, pimpala! Questa è la storia prof, la vera storia prof, lo dice uno che se esce dal culo fa “plof”.

Bella prof, pimpami la storia… che storia! (rit.)

Si stava meglio quando si stava peggiorando, gli oppositori traditori peggio di Ronaldo non li mandavano al fresco di una cella, ma al caldo dei Caraibi su navi di Jack Sparrow. Prof, il ventennio pimpamelo, scrivi che i partigiani quel tempo lo vissero di relax in pedalò, piedi nudi nei sabot, 25 aprile giorno dei caduti di Salò. Umberto di Savoia non andò via, ma che repubblica, la gente vota monarchia. Non c’è partita tra re e democrazia, come mettere la PSP col Game Gear. E la costituzione è un cd con una traccia, l’ultima hit da spiaggia. Il nonno di Eminem minaccia: “Tutta l’Europa deve suonare il piano Marshall!” Questa è la storia prof, mi prende un sacco prof, tipo che quella di un cosacco di nome Popoff.

Bella prof, pimpami la storia… che storia! (rit.)

Dalla mia storia cancella i fricchettoni, con la spada nel braccio, non nel cuore come Little Tony. Questi fattoni sempre sotto i riflettori. Scrivi che gli hippy se ne stavano zitti e buoni. Gli anni di piombo, le stragi, i sequestri, ma no, non mi interessano argomenti come questi. Io di quei tempi voglio ricordare solo “La liceale nella classe dei ripetenti”.

Così funziona e per fortuna fa trend, il vecchio libro lo rottamo tipo Duna Weekend. Adesso serve un finale potente che terrorizzi l’occidente più dell’urlo di Chen. Da qui in avanti qualunque cosa succeda, scrivi che la colpa è di Al Quaeda. Me l’hai pimpata di brutto prof, vedrai patiti della storia fin dalla scuola media. Questa è la storia prof, la vera storia prof e non c’è niente da ridere non è Zelig Off.

Bella prof, pimpami la storia… che storia! (rit.)

5 comments April 25th, 2009

Sandboxing FAIL @ Polito

Gli studenti del Politecnico di Torino già conoscono le mitiche macchinette blu (i “totem”) che permettono di stampare statini, certificati ed eseguire semplici operazioni di segreteria. I medesimi studenti sanno anche che detti computer sono sandboxed, cioè le azioni che l’utente può compiere sono limitate a quelle che i sistemisti considerano accettabili: browser personalizzato con accesso alla sola rete interna, applet Java dedicati per l’uso dei servizi di segreteria, eccetera…
Uhm… ne siete davvero sicuri? 🙂

No.

FAIL

Mentre ero lì che stampavo statini per gli esami di questo periodo è comparso un piccolo pop-up che mi chiedeva s’io volessi aggiornare Adobe Acrobat Reader all’ultima versione disponibile. Avrei potuto lasciarmi scappare un’occasione del genere? Ancora una volta, no 🙂 Sono andato avanti nell’esplorazione, assieme agli amici della compagnia della nerdizia (di Strategia ed Innovazione).
Rispondendo affermativamente alla richiesta si è aperta una pagina del sito della Adobe. Innanzitutto abbiamo scaricato l’aggiornamento suggerito, che ci ha dato accesso alla finestra dei downloads di Firefox (ancora sandoboxato). La finestrella riporta un collegamento al Desktop; cliccandoci abbiamo fatto comparire la barra delle applicazioni di Windows, che però non rispondeva ai comandi.
Finestra downloads di Firefox

Non ci siamo arresi.
La ricerca nel sito della Adobe era gestita da Google, quindi in basso alla pagina c’era un altro link al sito del motore di ricerca; il target del link era molto probabilmente _blank, quindi si è aperta una nuova finestra di Firefox, con tutti i menu e le barre al loro posto.
Google sulle macchinette

Una volta avuto accesso a quello è stato facile. Innanzitutto abbiamo provato siti di vario genere, come Youtube (segue foto con in bella vista un video sui LOLCATS).
Lolcats su Youtube

Seguendo i suggerimenti di mamma Google, abbiamo scaricato ed installato con successo Google Chrome (vedere sotto per un’immagine), dimostrando che l’utente costantemente loggato gira con i privilegi di amministratore. Ed a quel punto la barra delle applicazioni ha iniziato a rispondere ai click. Abbiamo aperto il menu Start ed un prompt dei comandi (per gradire), come dimostrato nella prima foto del repertorio.

Lezione del giorno: un altro punto a sfavore del sistema informatico del Poli (questa volta la parte hardware, ma si somma alla precedente figuraccia); un punto, invece, guadagnato dagli infaticabili smanettoni di Ingegneria Informatica 😛

AGGIORNAMENTO: all’uscita dal laboratorio, alla fine dello studio, siamo ripassati davanti al totem. La pagina web non era quella che avevamo lasciato, ma il sistema era ancora in uno stato di palese vulnerabilità. Amanti come siamo della ricorsione, abbiamo scattato un’ulteriore foto, questa volta in Chrome, visitando un sito… molto particolare 🙂

Blog in Chrome

8 comments January 27th, 2009

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 7: il sacrificio

Premessa: sono entrato in un gruppo di studio che si prefigge lo scopo di indagare i rapporti umani, nella loro complessa interazione chiamata società, e che mira a migliorare la comprensione di se stessi.

Il sacrificio è una componente importante di queste interazioni interpersonali: esistono individui che decidono di rinunciare ad una parte di se stessi per darla all’altro. Che il ricevente debba rispettare dei canoni stringenti, oppure sia un generico “prossimo”, a questo livello d’analisi non importa. Quello che invece è fondamentale è (cercare di) capire perché il sacrificio sia, per loro, sensato; credo di avere abbastanza esperienza per comprenderlo.

Nell’ultima seduta del gruppo di studio menzionato precedentemente s’è dedotto che ogni essere umano lavora incessantemente per la propria felicità, anche quando non risulta immediatamente ovvio dalle sue azioni. Questo tratto sembra essere simile a quello del resto del regno animale, ma ci sono alcuni aspetti non immediatamente chiari. In particolare, sembrerebbe che alcune azioni umane non siano dettate dalla necessità di aumentare la propria felicità, quanto, piuttosto, dalla disinteressata solidarietà con il prossimo o, peggio (nel senso del mio ragionamento), da un più o meno accentuato danneggiamento di sé in nome del bene comune. Balle. Quando non esistono religioni, morali o simili oppiacei (arriverò a breve sull’argomento), che promettono un ritorno futuro in luogo di un ingente investimento attuale, ogni uomo, si diceva, lavora per la propria felicità.
Esempi in ordine sparso.

  • Disinteressato aiuto degli indigenti? Piuttosto direi realizzazione di un proprio desiderio di dare.
  • Attenzioni molto particolari per una persona, famiglia o comunità? Preferisco chiamarla osservazione dell’altrui benessere e godimento del ritorno d’investimento.
  • Un “eroe” che (ammesso che ne abbia coscienza) si sacrifica in nome di un ideale, o per la patria, o per qualsiasi altro motivo simile, pur ponendosi al servizio dell’altro, lo fa per guadagnare un ritorno in fama o in ricchezza. E quando lo fa per l’altrui benessere, in realtà soddisfa la sua voglia, descritta nel punto precedente, di godere egli stesso del riflesso di felicità che la comunità guadagna.
  • Persino il masochista gode del proprio dolore: non in quanto tale, ma in quanto causa diretta del suo piacere.

Dunque il sacrificio (e la sofferenza da essa derivante, che decantai nel passato, o perlomeno la diminuzione di felicità, oppure il ridimensionamento del benessere atteso) trova giustificazione nell’indiretta felicità che la persona sacrificatasi guadagna. E questo è del tutto sensato, in quanto pur sempre di aumento di benessere di tratta. Il problema insorge quando il sacrificio è speso gratuitamente, senza ritorno. Anche se non siete convinti di questa mia ultima osservazione, please, bear with me for a moment.

Di problema si tratta, invero, in almeno tre situazioni, elencate per crescente gravità:

  1. L’individuo sta lavorando effettivamente per la propria felicità, ma non ne è consapevole. Accade spesso che questo tipo di persone non sappia (o non voglia sapere) dell’effettiva causa del suo sacrificio. Questa debolezza le espone allo sfruttamento altrui (no, mia cara, non credo all’innata bontà del singolo) e rischia di farle piombare nella terza categoria.
  2. La persona che si sacrifica è cosciente della situazione, ma mente a se stesso e agli altri, nascondendo le sue azioni dietro una disinteressata solidarietà. Questa situazione è più grave della precedente, perché l’individuo in questione rischia egli stesso di perdere il contatto con la realtà e di ricadere nella terza categoria; o, peggio, di spingere nel vortice, implicitamente o esplicitamente, altri uomini, che potrebbero anche non essere avvezzi ad essere felici dell’altrui benessere, illudendoli che il mancato ritorno di gioia sia “normale” e, pertanto, rischiando di ridurre il loro pensiero critico. Inoltre questi ultimi, di riflesso, rischiano di essere vittime dell’ultimo tipo di sottoproblema.
  3. Il peggior caso accade quando una persona si sacrifica, non avendo giovamento, ma, anzi, risultandone danneggiata dall’impegno. Che sia vittima di spietati sfruttatori, che sia caduta nella rete del sacrificio per altrui macchinazione o errore di valutazione, o se semplicemente la sua indole non la porta a stare bene per l’altrui felicità, il risultato è lo stesso: diminuzione di benessere. Ed anche se il bilancio netto è in vantaggio perché (magari) il benessere guadagnato dall’altro è maggiore del danno subito, il precedente espone ad ulteriori, futuri, possibili casi di sfruttamento, ma sicuramente, nell’immediato, provoca una destabilizzazione della psiche della persona, che non tutti gli esseri umani sono pronti a sopportare.

Come si inserisce la mia critica alla religione? Girovagando tra i messaggi linkati a vari interventi di un amico (… filosofo? La mia memoria fallisce esattamente quando non dovrebbe), trovavo in rete alcune parole di Friedrich Nietzsche sull’argomento. Nel seguente estratto il filosofo tedesco si scaglia contro il Dio (cristiano, ma anche platonico) della trascendenza e della glorificazione della sofferenza, contrapponendogli il modello dionisiaco della natura e della gioia di vivere.

Qui io pongo il Dioniso dei Greci: l’affermazione religiosa della vita, della vita intera, non negata né dimezzata; che l’atto sessuale susciti pensieri di profondità, di mistero, di rispetto, è tipico. Dioniso contro il Crocifisso: eccovi il contrasto. Non è una differenza nel martirio: piuttosto, il martirio ha un altro senso.

La sofferenza del sacrificio, sostengo, ha senso di esistere, ma solo se compresa. Nietzsche prosegue:

In un caso [il modello dionisiaco], la vita stessa, la sua eterna fecondità e il suo ritornare determina il tormento, la distruzione, la volontà di annientamento… Nell’altro [il dio cristiano], la sofferenza, il Crocifisso come innocente, è un’obiezione contro questa vita, è la formula della sua condanna.

La spiegazione è immediata:

Il problema è quello del senso della sofferenza: o un senso cristiano o un senso tragico. Nel primo caso la sofferenza è la via che conduce ad un’esistenza beata; nel secondo, si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa. L’uomo tragico approva anche la sofferenza più aspra: è abbastanza forte, ricco, divinizzatore per farlo; il cristiano dice di no anche alla sorte più felice che ci sia sulla terra: ed è abbastanza debole, povero, diseredato per soffrire della vita in ogni sua forma…

Sottolineo la frase chiave che mi ha spinto a citare Nietzsche: nel modello dionisiaco si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa. Ripeto, una sofferenza mostruosa, accettata solo perché il ritorno in benessere è adeguato. E non semplicemente perché è mortificanda vita.

La conclusione è quindi ovvia:

Il Dio in croce è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene – Dioniso fatto a pezzi è una promessa di vita; la vita rinasce in eterno e ritornerà in patria, tornerà alla distruzione.

Qui mi ricollego a quanto dicevo numerose righe fa: sacrificarsi in nome di un futuro ritorno, così lontano da travalicare i confini della vita è un’assurdità, una maledizione, un insulto alla vita che l’umanità, piuttosto, dovrebbe cercare di cancellare e seppellire. L’amore che, invece, ti spinge a viaggiare e soffrire per ore per godere di un (relativamente) breve scorcio di benessere è la dimostrazione del benessere che ritorna benessere, che mette in moto il ciclo di rinnovamento della natura, dove morte rigenera vita.

Ringraziamenti: a Francesco e Ju per gli (involontari) spunti, ma soprattutto ad un’anonima collaboratrice per aver iniziato il discorso.
Nota a piè di pagina: la premessa è una bufala. In parte.

4 comments January 20th, 2009

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 6: la rabbia

“Non usate la parola rabbia nei vostri temi: i cani prendono la rabbia, gli uomini cadono invece preda dell’ira!”
Ripensando all’argomento di questo post mi sembra di risentire le parole della mia maestra di italiano delle scuole elementari: ma in questo caso la scelta dei termini è tutt’altro che casuale, o imprecisa. Come sempre. Quasi sempre.
Recentemente, rimuginando sulle mie conquiste ed occasioni sprecate della giornata, non ho potuto che considerare il ruolo della rabbia (appunto) nella mia vita quotidiana. Amara (ma io bevo il caffè senza zucchero) ed allo stesso momento straordinariamente potente.

Utilizzare il coraggio come fonte delle proprie forze è un atteggiamento positivo (ne ho parlato tempo fa), ma non è l’unico. Proprio nel post linkato qualche parola fa affermavo che:

il coraggio non si aspetta, si crea

Già, ma come? Come posso io sfidare esplicitamente il lettore (o la lettrice disattenta) con una minaccia quale:

Vuoi che venga a dirtelo di persona?

Può la rabbia essere uno dei catalizzatori della reazione che trasforma il quotidiano trascinarsi sulla terra in vigoroso coraggio? Sì, per esperienza personale.
Ma attenzione, don’t try this at home, gli attori che figurano nello sceneggiato sono professionisti addestrati, abituati a imbrigliare, gestire e convertire la rabbia in apposite vasche di contenimento. Sì, appunto, rabbia, nell’accezione più animalesca del lemma, quella che affonda le proprie radici nel nostro atavico mesencefalo e nei nostri istinti di sopravvivenza della specie.
Generare la rabbia, però, non è così facile come sembra: attaccar briga per ogni pretesto dà semplicemente luogo a nervosismo ed eccitazione, ma non è capace di creare quella purissima forma di cristallina rabbia di cui abbiamo bisogno per il nostro piccolo esperimento. Non pretendo di avere l’ultima parola su questo, ma credo di aver individuato alcuni metodi a basso costo e con netta probabilità di successo:

  • mancare clamorosamente le opportunità di star bene, filosofeggiando poi sull’effettiva ragione dell’epocale fallimento;
  • fare del random blogging, scrivendo della prima cosa che passa per la propria mente;
  • evitare di agire, per non cadere nello stereotipo del Caveman, seppur per una casuale affinità di effetti, ma dovuti a cause ben diverse dalle… “solite”;
  • prediligere l’ascolto prolungato e ripetuto di Tutti morimmo a stento;
  • riscoprire, dopo anni di colpevole trascuratezza, (per non dire: rifugiarsi e trovare solidarietà) i classici;
  • al boot… pardon, al risveglio, inizializzare i registri… i pensieri con quanto sopra e dedicarsi ad iterare infinitamente, ciclicamente su di essi, e su di essa
  • e molti altri procedimenti che ora mi sfuggono.

Si potrà affermare di aver concluso la fase 1 (quella appunto, della creazione della rabbia) quando una inspiegabile frenesia si sarà impossessata del soggetto: frenesia di fare, di agire e negare quanto detto e fatto fino a pochi istanti prima. Voglia di afferrare il primo mezzo di comunicazione a portata di mano, telefonare e sistemare tutto; voglia di aprire alsamixer e spostare gli indicatori del volume sul 100 %, per dare il giusto risalto alle parole del brano che scorre nelle cuffie; voglia di andare là fuori, sotto la pioggia leggera, e di aspettare ininterrottamente.
Bene, è questo il momento cruciale: è questo l’istante che richiede la maggior quantità di forza di volontà. In questa situazione di grande trasporto, bisogna cercare di… non far nulla. Trattenersi, mantenere la propria separazione, evitare ogni contatto, dedicarsi ad altro, impegnare la mente: semplicemente, lasciar cadere la propria frenesia. Se si permettesse alla forza d’animo di prendere il sopravvento in questo istante, tutta la preparazione sarebbe stata vana. Si godrebbe, certo, di un piccolo burst di attività, ma la sua durata e la sua efficacia sarebbero brevissime. Dunque, sopportare, e continuare a vegliare, silenziosamente, sulla città (o paese, che dir si voglia), come crescere il gran guarda il villano.
Quando convertire l’accumulata rabbia in dovuto coraggio e forza d’animo? Il più tardi possibile. Il più tardi possibile.

Era “una persona per bene”, “una persona normalissima”, “una famiglia come tutte le altre”. Errori di percorso. Vittime sacrificabili. Fsck’ing n00bs.

2 comments December 27th, 2008

Auguri

Inciampavo per caso nel seguente video, preso da una delle esibizioni di Fabrizio Casalino a Colorado Café.

Istantaneamente venivo colto dalle parole che, pur nello scherzo, il comico attribuiva alla personalità di Carmen Consoli (estratto tra 0:41 e 1:25).

Auguri !
È giunto il tuo genetriaco.
Con animo lieto mi rallegro.
Purtroppo si avvicina il tuo inverno,
con disperante lentezza
si approssima ineluttabile la terza età.
Fra poco tu trascinerai macilento
le tue membra sfinite di vecchio canuto,
rincoglionito e triste
vagherai senza meta per i giardinetti.
Auguri

Ridete, ridete, che fa bene.

Add comment December 10th, 2008

Max Payne, il film: come fare soldi da un videogioco di successo

Il titolo del post molto probabilmente tradisce fin da subito la sensazione che ho avuto guardando il film su Max Payne, uscito in Italia lo scorso venerdì 28. E ci tengo a sottolineare fin da subito che mi sento quasi sollevato che febbre alta e tosse mi abbiano impedito di uscire nello scorso week-end, “costringendomi” a vedere il film utilizzando mezzi alternativi e permettendomi di risparmiare il costo di un biglietto.
Chi non ha ancora visto il film stia tranquillo, in questo mio messaggio non troverà alcuno spoiler.

  • L’impressione che ho avuto a caldo, al termine del film, è stata: ed il bullet time? È possibile girare un film su Max Payne, mi chiedo, dedicando solo 10 secondi a questa componente chiave del gioco? Probabilmente si, deve essersi risposto chi ha ideato questo film.
  • Lo sceneggiatore (o gli sceneggiatori) del film hanno preso alcuni personaggi del gioco e li hanno posizionati a caso all’interno del copione. Così Michelle Payne non lavora più per l’ufficio del procuratore distrettuale, bensì per la Aesir Corporation stessa (!): o anche lo stesso B.B., da semplice poliziotto diventa capo della sicurezza della Aesir (…). Ma anche lo stesso Max, non è più un agente infiltrato nella malavita cittadina, ma è assegnato alla sezione “Cold cases” della polizia. Insomma una confusione enorme, che immagino, però, deve aver semplificato loro la vita.
  • La mitologia norrena è soltanto accennata, sostituita da fiammeggianti immagini di demoni in volo (immagino che chiedere un minimo di conoscenza in materia al fruitore medio di un film sia troppo).
  • La storia venduta dal film semplicemente non regge ed è ricca dei soliti stereotipi. I cattivi che confessano le proprie malefatte all’inerme buono sul punto di morte, senza curarsi del suo effettivo decesso; il progredire della storia non viene affidato ad interrogatori strappati ai cattivi dopo interminabili sparatorie, bensì a casuali associazioni di immagini che il detective Payne impiega 3 anni a formulare (mi riferisco alla somiglianza fra l’onnipresente tatuaggio d’ali ed il simbolo della Aesir).
  • Dov’è finita l’inclinazione noir delle vicende e del protagonista stesso? Deve essersi persa nelle sale di comando della casa produttrice.
  • Infine, il finale: se fossi andato al cinema mi sarei sentito quasi preso in giro dall’ammiccamento finale per un quasi scontato sequel (che è necessario che venga girato, dato che, più che un batter di ciglia, il finale a me è sembrato uno sbatter d’ali).

Non voglio fare il fanboy del caso, ma utilizzare il nome di Max Payne in questo contesto serve solo a catturare moneta extra dai biglietti. Per carità, sia data la più totale libertà d’azione agli artisti del grande schermo: ma se si vuole citare un personaggio, e non ricalcarne la storia, non si faccia spudorato merchandising mirato agli appassionati del gioco.
Verdetto finale: appassionati del gioco, risparmiate il soldi del biglietto (piuttosto procuratevi il film attraverso altri mezzi); cinefili, Max Payne è un film d’azione come ce ne sono tanti, con una storia come ce ne sono tante, con degli effetti speciali… sotto la media.

Add comment December 1st, 2008

Web Application FAIL @ Politecnico di Torino

Cosa succede quando un’applicazione Web è scritta male? Oppure se viene su come un insieme di patch applicate sequenzialmente, da autori diversi, ad un prodotto scritto male?
Probabilmente viene su il Portale della Didattica del Politecnico di Torino.
Chiedete ad un qualsiasi utente del portale: frequenti downtime, misteriosi errori SQL:
Little Bobby Tables
(evviva l’escape ed il binding)
Per non parlare dell’assoluta inusabilità della sezione del materiale didattico. Ma, in fondo, non è grave. Basta che i nostri dati siano al sicuro. In effetti, se qualcuno volesse vedere, ad esempio, le fotografie degli studenti, dovrebbe essere innanzitutto autenticato, ma soprattutto autorizzato a vederle. Nella pratica, ogni studente è autorizzato a vedere solo la propria foto e quelle dei professori dei corsi che segue (anche se da un po’ di tempo questa funzionalità é broken).
Se volete convincervene, provate a sostituire a XXXXXX una qualsiasi matricola numerica >= 100000 :

http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.foto_studente?p_matricola=XXXXXX

(gli iscritti al Poli possono provare anche ad autenticarsi, prima, e poi seguire il link sopra per la propria matricola)
Peccato che qualche genio deve aver avuto la pensata sbagliata e deve aver realizzato che, per la porzione di applicazione web che stava sviluppando, questa restrizione era troppo vincolante (già, portarsi in giro dei dati di sessione, o fare delle query SQL corrette, è troppo faticoso). Dunque, dalle pagine relative agli esami IELTS si raggiunge la propria foto mediante un indirizzo diverso:

http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.maria_test?p_matricola=XXXXXX

Adesso la prova possono farla tutti. Sostituite XXXXXX con una matricola numerica di esattamente sei cifre (magari non troppo alta).
Buon divertimento.

(non sono io ad aver scoperto questa vulnerabilità, ma un amico, al cui sito fornirò il link se me ne darà il permesso)
(e, no, non avviserò proprio nessuno)

3 comments November 12th, 2008

La protesta dei fannulloni (o come il numero di manifestanti traboccò Piazza Castello)

Gli studenti degli atenei italiani che hanno protestato nei giorni scorsi contro il decreto legge Gelmini sono stati tacciati come fannulloni dal Presidente del Consiglio. Questa mattina, nelle piazze e nelle strade di tutta Italia, studenti e lavoratori hanno unito le proprie forze e manifestato all’Italia il disagio per una manovra che rende il futuro dell’università molto più grigio di quello presente.

Non mi dilungherò sui contenuti del decreto, il cui ampio respiro dovrebbe esservi già noto (in caso opposto informatevi spegnendo la TV e facendo riferimento al più vicino studente universitario). Piuttosto, riporterò le impressioni e le foto che ho scattato alla manifestazione di Torino di oggi, giovedì 30 ottobre 2008. Che la partecipazione non sfumi e la memoria non ci abbandoni.

Il corteo del Politecnico sarebbe dovuto partire alle 8,30, ma con ogni probabilità gli organizzatori sono stati di manica larga, per tenere conto degli inevitabili ritardi di concentramento e di spostamento. Alla fine, il corteo è partito alle 9,30, per intenderci. 😉 Già davanti al Poli si indovinava che la giornata sarebbe andata per il meglio: la quantità di persone ferme davanti all’ingresso, in attesa di partire, era totalmente spropositata per la tipica propensione politecnica alla staticità. Per intenderci, quando la testa del corteo, percorrendo Corso Vinzaglio, ha raggiunto Via Cernaia, gli agenti che chiudevano il corteo erano ancora all’altezza di Corso Matteotti. E su Via Cernaia lo spettacolo era questo:

Via Cernaia

Decisamente un ottimo colpo d’occhio. Se a questo aggiungiamo gli altri cortei che già stazionavano in Piazza Arbarello

Piazza Arbarello

o che erano già su Via Micca, i numeri si fanno decisamente grandi (la stampa parlerà di decine di migliaia di manifestanti). Il corteo si è diretto verso Piazza Castello e qui (stupore degli stupori), facendo due rapidi conti, si è notato che la piazza non sarebbe stata abbastanza grande per accogliere tutti. Dunque la manifestazione ha proseguito tra i portici di Via Po, regalando questo spettacolo ai presenti:

Imbocco di Via Po

Terminazione di Via Po

Poteva la pur capiente Piazza Vittorio Veneto (e l’ora di pranzo…) fermare l’animosità dei più? Certamente no. E dunque dei gruppi spontanei si sono mossi verso Corso Casale, o verso la stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove sembra che per qualche ora i manifestanti abbiano bloccato alcuni binari per protesta. Alla fine, comunque, lo spettacolo era questo:

Piazza Vittorio Veneto

E mentre il corteo del Politecnico aveva già da tempo terminato la sua marcia, altri gruppi raggiungevano la piazza:

Piazza Vittorio Veneto

Dopo questa imponente manifestazione, cosa rimane? Sicuramente l’impatto nella mia mente: spero sia altrettanto per gli altri studenti e lavoratori che sono stati coinvolti più o meno direttamente. Ma, soprattutto, nella mente dei numerosissimi cittadini che hanno visto sfilare noi e gli altri manifestanti nelle altre città.

Un’amica mi diceva (cito) che “ci vorrebbe almeno una settimana di sciopero intenso e anche qualche scontro tra polizia e studenti, senza che si faccia male nessuno, ma che mobiliti l’opinione pubblica e faccia scandalo anche all’estero”. Non sono d’accordo. Non abbiamo bisogno di martiri (si vedano le parole di Cossiga di una settimana fa) sui quali il governo possa far presa di fronte all’opinione pubblica. Se gli studenti ed i lavoratori di tutta Italia avessero la possibilità di fare una visita collettiva a Roma, riempire le due camere del Parlamento e chiedere spiegazioni immediate al governo, forse la situazione cambierebbe: ma, dato che una tale mobilitazione richiederebbe una organizzazione ed uno sforzo titanici, meglio evitare di fare le cose a metà. Meglio lavorare giorno per giorno, seguendo le due parole chiave a me tanto care (sempre le stesse): partecipazione e memoria. Noi stessi dobbiamo continuare a mantenere ricordo di quello che sta accadendo e dobbiamo impegnarci in ogni istante affinché tutti quelli che conosciamo (ma anche gli altri) facciano lo stesso. In modo che alle prossime elezioni non ci siano scuse, non ci si possa nascondere dietro le guerre partitiche e lasciar correre tutto ciò che è successo (magari anche prima delle prossime elezioni, ma l’arroganza di certi governi, tra cui questo, fa sì che solo un fortissimo tremore nella loro base, forse, potrebbe convincerli a rivedere qualcosa delle loro decisioni).
Perché, ammettiamolo, certi esponenti politici attualmente al governo hanno una certa abilità di fare le cose, che va loro riconosciuta anche se viene usata per scopi assolutamente malsani. Fanno le loro riforme nel clamore, scombussolano tutto in poco tempo e poi lasciano che la voce sedimenti, lasciando che la gente si stufi di impegnarsi e dimentichi quello che è successo e torni alle proprie vite di tutti i giorni.
(Un esempio su tutti: il Lodo Alfano)

Concedetemi una nota di colore:

Il laplaciano dell'università

Questo manifestante era dichiaratamente un ingegnere del Politecnico… diciamo che il suo piccolo cartello ha a che vedere con questo 😉

Per concludere, la maggior parte delle foto che ho scattato sono adesso su Facebook al seguente indirizzo: http://www.facebook.com/album.php?aid=37583&l=ab192&id=630464268 (anche se ognuna delle foto precedenti è in realtà un link a quella a dimensione intera)

E se il Poli manifesta, l’avete fatta grossa.

3 comments October 31st, 2008

Migranza

Mentre le soleggiate campagne corrono accanto al mio finestrino, mentre gli ulivi lasciano il passo a nebbiosi vitigni, mentre il sole stanco decide di terminare i propri doveri oltre l’orizzonte occidentale, mentre il mio personale contachilometri della settimana raggiunge e supera quota duemila, mentre la locomotiva dell’Eurostar City 9754 dimostra tutta l’abilità dell’uomo di (costruire macchine che possano) convertire energia elettrica in energia cinetica, la parola che più spesso mi viene in mente (a meno quelle da lei recentemente pronunciate) è “migranza”.
La nostra società pretende di catalogarci stampando sul nostro documento d’identificazione la nostra cittadinanza e la nostra residenza: senza saperlo (e soprattutto senza volerlo) veniamo catapultati in un mondo in cui queste due sole informazioni decideranno una sostanziale porzione della nostra vita. Maggiormente nella società occidentale, che ha dimenticato lo status di nomade da svariate decine di migliaia d’anni, queste due caratteristiche hanno un peso determinante su quanti anni possiamo aspettarci di vivere, contro quanti e quali sacrifici dovremo lottare, quali saranno gli individui e le cose che maggiormente di rallegreranno, eccetera… L’ambiente farà il resto con il passare del tempo, ma (potremmo pensare) tipicamente esso non cambia durante la nostra esistenza. Ma in ogni caso saranno proprio queste sensazioni, questi umori, queste talvolta inesprimibili combinazioni di cause, impresse nella nostra memoria e nelle nostre viscere, a determinare chi siamo e saremo.
Beh, insomma. Più o meno.

Questa analisi sarebbe corretta da un punto di vista generale, come media degli umori e delle condizioni di tutti gli uomini. Ma, scendendo ad un livello di dettaglio più vicino alle persone, vedremmo chiaramente che non è così. Flussi migratori di uomini e donne in cerca di felicità ridisegnano ogni giorno il panorama demografico del nostro pianeta. Non che le motivazioni che regolino questo valzer di numeri siano uguali per tutti, ma credo di poter riconoscere qualche tratto tipico:

  • C’è chi con premeditazione decide di rinunciare all’immediata felicità e di scommettere sul proprio futuro, forte dell’appoggio dell’amico denaro o dell’amico potere.
  • C’è chi, invece, oppresso proprio dai due precedenti, per lui nemici, non ha altra scelta che migrare, in un altro luogo che presumibilmente non gli riservi lo stesso magro trattamento.
  • C’è chi migra trasportato dal momento, dal vortice dei propri pensieri ed emozioni (più frequentemente, da una combinazione non lineare dei due), incapace di mettere radici e di prosperare in un luogo preciso della Terra.
  • C’è chi si sposta per rifarsi una vita, o per cercare di afferrare una fumosa nuova opportunità (a volte, immancabilmente, fallendo).
  • Ed infine c’è chi migra con la mente, pur permanendo fisicamente a lungo, a volte per sempre, sulla stessa porzione del globo, in attesa dell’occasione, dell’opportunità o della possibilità di concretizzare le proprie inespresse immaginazioni.

Tra tutti questi individui certamente non mancano gli opportunisti, coloro che si aggrappano alle debolezze degli altri per superare le proprie. Non mi dilungherò su questo comportamento, che non considero intrinsecamente sbagliato (in quanto inevitabile ed incancellabile retaggio delle nostre origini animali), ma che invece, a mio parere, dovrebbe essere condannato e punito nella società, in quanto è una di quelle abitudini che maggiormente mina la diffusione della felicità generalizzata. Ma non trascendiamo a parlare di democrazia, sarà argomento per un altro messaggio.
Gli opportunisti, dicevo. Nonostante una parte del totale che non riesco a quantificare sia composta proprio da loro, la restante fetta della popolazione migrante è destinata a soffrire (in modo non uniforme nella quantità e nelle modalità) a causa dello strappo (più o meno continuo o ripetuto) dall’ambiente che l’ha allevato. C’è chi vive questa separazione come un’opportunità di ampliare i propri orizzonti; c’è chi, semplicemente, soffre. Nonostante tutto, una porzione non indifferente della popolazione mondiale è insensibile a queste tematiche (mi è sempre piaciuto parlare della loro versione italiana come “informi ammassi ameboidi dal colore verdognolo”): nonostante proprio tra queste persone sia viva una certa “passione” per l’incondizionata accettazione delle idee dei padri, essi stessi dimenticano quanto i propri padri abbiano sofferto, vittime dello stesso rifiuto che i figli restituiscono ai nuovi migranti.

Ed allora non posso che cantare le lodi dei migranti, onorare i loro sacrifici, ricordare in eterno tutte le Ellis Island sulle quali sono sbarcati ed alle quali hanno rimesso le proprie vite, in nome di quello che consideravano il benessere (salvo poi, talvolta, accorgersi del contrario), loro e dei lori cari; tutti i Sacco e Vanzetti illusi, depredati e delusi, schiacciati dalla deforme società che vuole la sofferenza degli invisibili per ripagare a caro prezzo le gioie dei benestanti. E richiamo nelle mie vene la loro forza d’animo e la loro disperazione, accolgo su di me le loro gioie e sofferenze, mi faccio carico dei loro sospiri di malinconia, nostalgia e d’amore, affinché m’aiutino, ancora una volta, l’ennesima volta, a migrare.

E per concludere con il video d’obbligo le parole di “Scene Eight, The Spirit Carries On”, undicesima traccia dell’album “Metropolis Pt 2 – Scenes From a Memory” dei Dream Theater, che la limitata capacità d’immagazzinaggio del mio cellulare e la mia propensione verso l’abitudine mi hanno fatto ascoltare numerose volte durante le recenti giornate di viaggio. Una buona canzone in un ottimo concept album, che suggerisco a tutti coloro che cercano musica rock e testi non esattamente banali (anche se ammetto di conoscere i Dream Theater per questa sola opera). Di questo brano apprezzo particolarmente il percorso crescente dalla calma iniziale alla impetuosità finale, il passaggio tra 01:50 e 02:10 (per il testo, qui sotto in neretto) e tutta la canzone da 04:20 verso la fine (per testo, melodia, voce principale e coro).

Where did we come from?
Why are we here?
Where do we go when we die?
What lies beyond
And what lay before?
Is anything certain in life?

They say “Life is too short”
“The here and the now”
And “You’re only given one shot”
But could there be more
Have I lived before
Or could this be all that we’ve got?

If I die tomorrow
I`d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

I used to be frightened of dying
I used to think death was the end
But that was before
I’m not scared anymore
I know that my soul will transcend

I may never find all the answers
I may never understand why
I may never prove
What I know to be true
But I know that I still have to try

If I die tomorrow
I’d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

“Move on, be brave
Don’t weep at my grave
Because I’m no longer here
But please never let
Your memories of me disappear”

Safe in the light that surrounds me
Free of the fear and the pain
My questioning mind
Has help me to find
The meaning in my life again
Victoria’s real
I finally feel
At peace with the girl in my dreams
And now that I’m here
It`s perfectly clear
I found out what all of this means

If I die tomorrow
I’d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

Add comment October 22nd, 2008

“Vendo rene e midollo”: disoccupato cerca i soldi per tornare in Puglia

Navigando distrattamente tra i miei feed RSS, tentando di concentrarmi su Prado e sulla nottata, trovavo questo articolo sul sito del Corriere della Sera.

TORINO – «Vendo un rene e midollo osseo. Se interessati telefonare a 338…..Astenersi perditempo. Un adulto». È la scritta apparsa giovedì sera su alcuni foglietti affissi davanti alle entrate dell’ ospedale Molinette di Torino, il più importante ospedale della Regione Piemonte. Quando il personale dell’ ospedale, venerdì mattina, se ne è accorto i foglietti sono stati tolti e sono stati chiamati i carabinieri. Contattato telefonicamente, il protagonista della vicenda è apparso lucido e molto cosciente di quanto fatto e scritto: «So benissimo che con un rene si può vivere benissimo, mi sono documentato, mi auguro davvero che qualcuno mi chiami, non mi tiro certo indietro, inoltre trovo giusto poter aiutare una persona malata che con il mio rene e con il mio midollo osseo potrebbe vivere molto meglio. In cambio io voglio il denaro necessario per me per sopravvivere e tornare al mio paese in Puglia».

«MI SERVONO SOLDI PER TORNARE IN CAMPAGNA» – Disoccupato da tre anni, appena compiuti 57 anni, separato da tempo, l’estensore del messaggio si dice offeso dallo stato italiano: «sono andato a cercare lavoro in Regione, mi hanno detto che cercano 4mila persone tra operai, muratori, tecnici, ma che io non ho i requisiti. Questo è un paese maledetto, ipocrita nel quale uno può anche morire senza che a nessuno gliene importi nulla. Vorrei fuggire, ma con i 100mila euro che potrei avere in cambio di un rene, comincerei con il ritornare in campagna, dalle mie parti, laggiù è un paradiso in confronto a questa citta».

E mi veniva da pensare alle devastanti sofferenze che la nostra società ci infligge per mantenere lo status quo.

4 comments October 18th, 2008

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