[...] come ogni altra buona azione, anche la disponibilità a porgere aiuto può soccombere al dubbio. [...] Per far nascere dei dubbi sull’altruismo e sulla purezza di tale disponibilità ad aiutare gli altri, dobbiamo chiederci se per caso non abbiamo dei secondi fini. Considero tutto ciò come un versamento sul mio conto corrente in paradiso? Una maniera per impressionare gli altri? Per essere ammirato? Per costringere gli altri a dimostrarmi la loro gratitudine? O, più semplicemente, per curare il mio “doposbornia” spirituale? Come si vede, la forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Per il puro, tutto è puro; invece il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo, il tallone d’Achille e tutto ciò che ci è descritto con metafore podologiche.
Io da qualche tempo, ma non so come, ho smarrito tutta l’allegria, abbandonato ogni occupazione; mi sono così appesantito d’umore che persino la bella architettura della terra mi sembra una sterile forma. E anche l’eccelso baldacchino del cielo, questo firmamento stupendo, questo tetto maestoso solcato da fuochi d’oro, debbo dirvelo? non mi pare nient’altro che un pestilenziale ammasso di vapori. Che opera d’arte è l’uomo! Com’è nobile in virtù della ragione! Quali infinite facoltà possiede! Com’è pronto e ammirevole nella forma e nel movimento! Come somiglia a un angelo, per le azioni, e a un dio per la facoltà di discernere! È la bellezza del mondo e il paragone degli animali! Eppure per me non è che quintessenza di polvere. L’uomo non mi attrae…
Traendo liberamente spunto da [Alfred] Atler, si può dire che le regole di questo gioco con il futuro sono all’incirca le seguenti: arrivare, che letteralmente e metaforicamente significa raggiungere una meta, vale come importante criterio di misura per il successo, il potere, l’approvazione e il rispetto per se stesso. Viceversa, l’insuccesso o l’indolente tirare avanti sono un segno di stupidità, pigrizia, irresponsabilità o viltà. Ma la strada del successo è faticosa, sia perché è necessario applicarsi molto, sia perché anche sforzandosi intensamente si può fallire. Piuttosto che impegnarsi in una “politica dei piccoli passi”, perseguendo scopi ragionevoli e raggiungibili, conviene scegliersi una meta straordinariamente elevata.
Ai miei lettori dovrebbero risultarne evidenti i vantaggi. L’aspirazione faustiana, la ricerca del Fiore Azzurro, l’ascetica rinuncia alle più basse soddisfazioni della vita godono di un grande prestigio sociale e fanno battere più forte i cuori di madre. Ma, soprattutto, se la meta è molto lontana anche il più sciocco capisce che la strada è lunga e difficile, e che i preparativi di viaggio sono complessi e richiedono molto tempo. Nessuno oserebbe rimproverare che non ci si è ancora messi in viaggio, e tantomeno arrischierebbe una critica nel caso in cui, una volta partiti, si perdesse la strada e si girasse in tondo, oppure si facessero lunghe soste. Al contrario, esistono eroici esempi di smarrimento nel labirinto e di fallimento in imprese sovrumane, al cui fulgore si riluce un po’.
Ma questo non è tutto. Come già sottintendono le citazioni iniziali [omesse], raggiungere le mete anche più elevate comporta un ulteriore pericolo: il “doposbornia”. L’esperto in infelicità conosce bene questo pericolo, non importa se consciamente o inconsciamente. Lo scopo non ancora raggiunto – così sembra volere il creatore del nostro mondo – è più desiderabile, romantico e luminoso di quanto possa esserlo quello a cui si è già arrivati. Non dobbiamo farci illusioni. L’incanto della luna di miele finisce prima di quanto si creda: all’arrivo nella lontana ed esotica città, il tassista cerca di imbrogliarci; sostenuta con successo una prova decisiva, sopravvengono nuove complicazioni e inattese responsabilità; e, come è noto, anche per la serenità della vecchiaia dopo il pensionamento le cose non vanno diversamente.
Nei rari casi in cui, senza il nostro intervento, il libero corso delle cose ci ricompensa del trauma subito o del rifiuto del passato, e ciò che desideriamo ci cade gratuitamente tra le braccia, la persona esperta non si perde d’animo. La formula “Ora è troppo tardi, ora non lo voglio più” le permette di starsene inaccessibile nelle isolate stanze della sua indignazione e di impedire che le ferite infertele dal passato giungano a guarigione con delle zelanti leccate.
Mi sono imbattuto per la prima volta in una copia di questo libro nella stanza di un aspirante fisico (124!); furono i colori della copertina a colpire la mia attenzione – il titolo era rivolto nell’altra direzione e pertanto non facilmente parsabile. La curiosità mi spinse ad osservarlo meglio, coglierne il potenziale interesse e chiederne un parere al mio allora consorte. Parere positivo, diritto nella wishlist (mentale)! Salvo, poi, essere preso dai vortici della tesi e dimenticarmene. Argh! Svariati mesi e chilometri dopo, la medesima copertina ebbe l’ardore di farsi strada tra altri volumi mentre ero a caccia d’altro; ma allora la cassa era dietro l’angolo e l’occasione non mi sfuggì.
Ora, al libro. Heisenberg, già nel ’61, si proponeva di descrivere i radicali cambiamenti che la fisica stava subendo ed il loro impatto sul modo di concepire la scienza e la società in generale. Il suo celebre principio poneva fortemente agli occhi dei fisici l’impossibilità di conoscere esattamente, contemporaneamente, velocità e posizione di una particella. In particolare, il prodotto degli errori assoluti commessi nella misurazione delle due grandezze non può essere inferiore ad h tagliato; nell’ordine di grandezza di 10^-34, per intenderci. Se la rilevanza pratica di questo principio (in seguito dimostrato a partire da altri postulati) si mostra nella sua interezza solo a livello atomico, la portata teorica del concetto è consistente. Pur scendendo in numerosi dettagli tecnici (che la mia ignoranza in materia mi ha costretto ad ignorare), Heisenberg percorre una lunga digressione sulle idee del passato, su come si siano evolute e su come esse influenzino la società contemporanea. Egli, inoltre, analizza il contributo dato dagli scienziati, durante il corso della storia, al progredire del pensiero, così come l’apporto dei filosofi alla scienza stessa.
Una miniera di spunti e riferimenti (i due post citati all’inizio dovrebbero confermarlo) per il lettore interessato!
Respirando, di Battisti/Mogol. Notevole il contrasto tra l’amarezza (secondo i canoni convenzionali) del testo ed il brio trasmesso dalla melodia e dal ritmo.
Respirando
la polvere dell’auto che ti porta via,
mi domando
perché più ti allontani e più ti sento mia.
Respirando
il primo dei ricordi che veloce appare
sto fumando
mentre entri nel cervello e mi raggiungi il cuore.
Proprio in fondo al cuore,
senza pudore
per cancellare
anche il più antico amore.
Respirandoti,
io corro sulla strada senza più guardare,
respirandoti,
sorpasso sulla destra e vedo un gran bagliore.
Lontano una sirena e poi nessun rumore.
Lasciarti è fra i dolori quel che fa più male.
Fra tanta gente nera una cosa bella:
tu al mio funerale.
Respirando
pensieri un po’ nascosti mentre prendi il sole
ti stai accorgendo
“che un uomo vale un altro” sempre no, non vale.
Respirando più forte
ti avvicini al mare.
Stai piangendo.
Ti entro nel cervello e ti raggiungo il cuore.
Proprio in fondo al cuore
senza pudore
per cancellare
anche il più nuovo amore.
Respirandomi
ti vesti sorridendo, corri e poi sei fuori
Respirandomi
metti in moto l’auto e accarezzi i fiori
Lontano una sirena e poi nessun rumore.
Dolore e una gran gioia che addolcisce il male.
Fra tanta gente nera una cosa bella:
tu a me uguale,
tu a me uguale!
Respirandoci,
guardiamo le campagne che addormenta il sole.
Respirandoci,
le fresche valli, i boschi e le nascoste viole.
le isole lontane, macchie verdi e il mare,
i canti delle genti nuove all’imbrunire,
i canti delle genti nuove all’imbrunire,
i canti delle genti nuove all’imbrunire.
Che bello rispolverare i vecchi aforismi, dimenticati da tempo…
Cristo non è stato ucciso, ma è stato bannato. Questo perché l’universo è impostato sulla modalità Last Man Standing e, quando lui è stato visto andare in giro dopo essere stato fraggato, subito si è capito che era un cheater…
L’aria più famosa dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo: Vesti la giubba. Il protagonista, Canio (impersonato nel video qui sotto da Placido Domingo), di professione pagliaccio in uno spettacolo itinerante, ha appena avuto la prova che sua moglie Nedda (attrice nella medesima rappresentazione) lo tradisce; ciononostante, la commedia deve essere comunque messa in scena (“la gente paga, e rider vuole qua”), pertanto Canio deve mascherare la tristezza e prepararsi in ogni caso allo spettacolo (“vesti la giubba, e la faccia infarina”).
Recitar! Mentre preso dal delirio,
non so più quel che dico,
e quel che faccio!
Eppur è d’uopo, sforzati!
Bah! sei tu forse un uom?
Tu se’ Pagliaccio!
Vesti la giubba,
e la faccia infarina.
La gente paga, e rider vuole qua.
E se Arlecchin t’invola Colombina,
ridi, Pagliaccio, e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto
in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor, Ah!
Ridi, Pagliaccio,
sul tuo amore infranto!
Ridi del duol, che t’avvelena il cor!
Link per gli embedders:http://www.youtube.com/watch?v=s3fM_wjZXLU (Il video è orrendo alla vista, ma purtroppo è quello che ho trovato con la migliore qualità audio: concentratevi sulla musica. In alternativa c’è una promettente, ma non di più, cover metal.)
Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.
Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell’oscura morte al passo andare.
Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.