Posts filed under 'Free (as in freedom) thoughts'

La legge di Murphy applicata alla tesi

Non so se sia già stata elaborata in maniera formale, ma se la legge di Murphy venisse in qualche modo applicata alla scrittura della tesi, suonerebbe pressappoco così:

Se lasci per ultimo un esempio che ritieni semplice, senza complicazioni, ma lungo da descrivere, allora questo esempio conterrà un dettaglio che ti costringerà a rivedere una parte determinante del tuo lavoro, costringendoti a riformulare alcune caratteristiche del tuo modello. In particolare, scoprirai che i casi d’uso che avevi affrontato sono solo un caso particolare della situazione generale.

Sì, esperienza personale.

2 comments August 5th, 2009

Richard Feynman on “Social Sciences”

A very interesting comment by Richard Feynman, one of the most influential physicists of the past century, on so-called “social sciences”.

(embedded readers: video is at http://dark.asengard.net/blog/2009/08/01/richard-feynman-on-social-sciences/)

Add comment August 1st, 2009

Emacs 23.1, bitches!

The first official 23.* version of the popular text editor Emacs has been released. Well, “text editor” is almost a reduction of functionality, as Emacs has thousands of commands to accomplish the most unthinkable tasks.

Emacs 23.1

From the official announcement:

Here are some new features of Emacs 23.

– Improved Unicode support (the internal character representation is now based on UTF-8).

– Font rendering with Fontconfig and Xft.

– Support for using X displays and text terminals in one session, and for running as a daemon.

– Shift-selection.

– Smarter minibuffer completion.

– Per-buffer text scaling.

– Directory-local variables.

– New packages for:
* viewing PDF and postscript files (Doc view mode)
* connecting to processes via D-Bus (dbus)
* using the GNU Privacy Guard (EasyPG)
* displaying line numbers in the fringe (Linum mode)
* editing XML documents with on-the-fly validation (nXML mode)
* editing Ruby programs (Ruby mode)
* display-based word wrapping (Visual Line mode)

3 comments July 31st, 2009

When stupidity overcomes innovation

No innovation really reaches its goal if it must cope with an overcoming stupidity. Let me rephrase: stupiditas vincit omnia.

I’m not saying that because of a prejudice or whatever, but simply by observation. It’s 3 days now that I’m accommodated in a hotel in the Lingotto center, in Turin. The place is comfortable and the food is good; I do have to attend some pointless lessons but, never mind, there’s free Internet so… whoa! Back to the topic, the hotel is on the 4th floor and the Aula Magna is on the ground floor of the building. To complete the description, on the 1st floor there is a (huge) shopping center, while on the 2nd and 3rd ones there is some dental care association, or sort of.

There are four elevators serving this part of the building, but two of them are out of order. It wouldn’t be much of a problem if, gosh, people could actually use them. Given that there are no stairs nearby (… sort of), every time that I wish to move between the hotel and the lectures room I have to use the elevators. Every time I use them, I swear, the elevator stops at all the floors, even if there is no one waiting for it!

The mystery is solved quickly. While the users at ground and 4th floor (that, incidentally, is the last one) have no other choice than simply calling the elevator by pressing the proper button, the customers on the intermediate ones, driven mad by the two non-working lifts, press both the button to request an elevator that goes up and the one for elevators going down. Therefore, they nullify the improved algorithm (called Elevator algorithm on purpose) that privileges the users going in the same direction, also causing additional delay to the other customers because of the useless stops! If only they could think to what they’re doing, understand the instructions and read the signals!

Yeah, this is a rant, and so it should (and will) remain.

Add comment July 29th, 2009

Il bicchiere dell’addio… al Galliari

Dopo anni di onorato servizio, la sede Valentino del Collegio Einaudi (di seguito chiamata “Galliari“, come il nome della via in cui sorge… a rendere il tutto più informale) si concede un anno di meritato riposo per rinascere, come araba fenice, dalle ceneri della ristrutturazione. Certo, architetti visionari permettendo, ma non è il momento per discussioni di questo genere.

Se volessimo trarre un insegnamento (come tento di fare da ogni cosa che mi succede) da questi ultimi giorni di affrettati traslochi, auguri di presto arrivederci e progetti per il futuro, quale sarebbe? Mah, forse che la vita non va sempre come ce la aspettiamo e programmiamo; che, nonostante i nostri sforzi, l’imprevisto sarà perennemente dietro l’angolo; che la vita in comunità è difficile, sia su grandi scale (nazionali, ad esempio), sia nei piccoli territori (come il Galliari, appunto). Ma nella colonna dell’avere (i ragionieri non me ne vogliano :) ) ci sono altrettante voci positive: nuove conoscenze, nuovi amici (o più, a seconda dei casi), ma anche nuovi orizzonti, nuovi modi di pensare, di esprimersi e di condividere, nuovi modi di stare bene insieme. No, questi tratti positivi non si trovano ovunque; nello specifico, credo che la posizione del Galliari nella città di Torino (non particolarmente vicino ad alcuna sede universitaria, bensì al limitare del quartiere di San Salvario), unito al nostro modo di vivere e viverci, abbia spostato la bilancia verso il piatto del guadagno (perdonatemi la metafora economica).

Dunque, grazie delle serate, della mangiate, delle giocate, delle porcate e delle stronzate; ma (anche perché ho finito le rime) grazie soprattutto di esserci stati, chi più e chi meno. Beh, come sempre nella vita, d’altronde. Dunque, solleviamo il bicchiere dell’addio e brindiamo al nostro passato e presente, lasciando per qualche ora il futuro lì dove deve stare.

Ho un vecchio amico che sta per partire e stanotte ritorna via.
È il momento dei baci, dei saluti ed abbracci e gli auguri di buona fortuna:
niente lacrime prego, che c’è altro da fare e stasera non piange nessuno.
Io mi ungo la gola e preparo il bicchiere in onore del vecchio Bob.

C’è una festa ragazzi e qui si va giù pesi
è la festa più grande che ci sia
c’è chi beve e chi zompa, c’è chi canta e chi si tronca,
c’è chi è allegro e chi si butta via
e le ragazze in gran tiro ubriache come matte,
con i guanti e con il vestito rosso,
le zitelle e le spose, le chiattone e le sciantose
fanno a gara a ballare con il mostro.

C’è un amico che parte e questa è l’occasione
prenderemo la ciucca ma cantando una canzone!

Fare thee well, fare thee well,
fare thee well boys ’cause I’m going away
fare thee well to the Ramblers
who’ve been drinking with me.
and to the girls who’ve been looking after me.

Fare thee well, fare thee well,
un bicchiere solo e ce ne andremo via
salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio.

I came on Alitalia in the middle of the night
I got stocious drinking free booze on the plane
I was drunk in immigration
When they tried to search my bags
for the drugs already swallowed on the way.
I was drunk again in Florence,
Reggio Emilia I was pissed
I was flutered, plastered, legless when in Rome
and I can’t remember Italy,
the Ramblers or the girls
and I can’t remember how I’m getting home.
But my nose has gotten redder,
so I must have seen the sun
and my dick is fucking sore,
so I must have had some fun.

Fare thee well, fare thee well,
fare thee well boys ’cause I’m going away
fare thee well to the Ramblers
who’ve been drinking with me.
and to the girls who’ve been looking after me.

Fare thee well, fare thee well,
un bicchiere solo e ce ne andremo via
salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio.

È il momento dei balli e la caccia si fa dura
all’Ermella alla Manu e all’Antonietta.
C’è chi punta la Claudia, e chi tocca la Simo
chi importuna la Milla e la Cosetta.
Mister Geldof è steso e sta cantando dietro al bar
si esibisce con in mano un cavatappi
Na Na Na Na Na Na …
I don’t mind at all.

C’è un amico che parte e questa è l’occasione
e vogliamo salutarlo cantando una canzone

Fare thee well, fare thee well,
fare thee well boys ’cause I’m going away
fare the well to the Ramblers
who’ve been drinking with me.
and to the girls who’ve been looking after me.

Fare thee well, fare thee well,
un bicchiere solo e ce ne andremo via
salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio.

Salutiamo gli amici, il vecchio Bob e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio

(niente video dei MCR se sei su Facebook, non riesco ad inserirlo… segui il link al blog ;) )

3 comments July 22nd, 2009

Il perché delle cose… amorose (Barthes)

Un tentativo ed una risposta personali ad una delle domande più antiche dell’homo sapiens, pensata e pronunciata in un contesto affettivo/amoroso. Perché?. Che sia di buon pro al lettore.

PERCHÈ
Mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

1. Esiste per me un “valore superiore”: il mio amore. Io non dico mai: “A che pro?”. Non sono nichilista. Non mi chiedo qual è il fine. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei “perché”: ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami?. Come si può non amare questo io che l’amore rende perfetto (che dà tanto, che rende felice, ecc…)? Domanda la cui insistenza sopravvive all’avventura amorosa: “Perché non mi hai amato?”; o anche: “O, dimmi, dilettissimo amore del mio cuore, perché mi hai abbandonato? [O sprich, mein herzallerliebstes Lieb, warum verliessest du mich?]”

2. Ben presto (o contemporaneamente) la domanda non sarà più “perché non mi ami?”, ma: “perché non mi ami solo un po’?” Come fai ad amare un po’? Che cosa vuol dire amare “un po’”? Io vivo nel regime del troppo o del non abbastanza; avido come sono di coincidenza, tutto ciò che non è totale mi sembra parsimonioso; ciò che io cerco è occupare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità, e da cui sia bandito il bilancio.
O anche – dato che sono nominalista: perché non mi dici che mi ami?

3. La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero[1]. Ogni dolore mi è dato più dal tradimento che non dal dubbio: infatti, solo chi crede di essere amato può essere geloso, e solo chi ama può tradire: episodicamente, l’altro manca nei confronti della sua essenza, che è quella di amarmi; ecco l’origine della mia infelicità. Ma un delirio esiste soltanto se da esso ci si desta (i deliri sono retrospettivi): finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore non avrebbe potuto che esclamare: ma cos’è che vuole, in fin dei conti? (proprio come si dice di un bambino difficile).

[1] Freud: “Sia chiaro che la psicosi allucinatoria di desiderio [...] non solo porta alla coscienza desideri occulti o rimossi, ma anche li presenta, in perfetta buona fede, come appagati” (Metapsicologia, 97)

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Add comment July 19th, 2009

Why free software shouldn’t depend on Mono or C#

Some days ago, the Free Software Foundation published a short, very interesting article by Richard Stallman that claims, as summarized in the title, that the FOSS community should not pursue the patent-encumbered way of the compatibility with closed minds.

This is not to say that implementing C# is a bad thing. Free C# implementations permit users to run their C# programs on free platforms, which is good. [...] The problem is not in the C# implementations, but rather in Tomboy and other applications written in C#. If we lose the use of C#, we will lose them too. That doesn’t make them unethical, but it means that writing them and using them is taking a gratuitous risk.

Full article here: http://www.fsf.org/news/dont-depend-on-mono

2 comments June 29th, 2009

Personal Gentoo overlay on github.com

It’s a few weeks now that I’m keeping my personal Gentoo overlay on github. I’m uploading there some ebuilds that I need, usually to fix bugs corrected only on Bugzilla, to bump recent packages or anything that is not yet in the official Portage tree or in any of the popular overlays that I use.

http://github.com/dark/darkGentooOverlay/tree/

If you wish to use it, just clone it somewhere in your disk with
git clone git://github.com/dark/darkGentooOverlay.git
and add the fetched folder to your PORTDIR_OVERLAY.
If you have any comments, please let me know ;)

Add comment June 20th, 2009

La (non) scelta, le costrizioni sociali (Werther)

Ancora una volta, Werther ed il suo contributo all’indagine sul sistema umano.
Nell’ultimo incontro “sereno” (se così si può dire) con Lotte, spunti, da entrambi i personaggi, sulla libertà di scelta (o sulla sua assenza), sulla lungimiranza, sulla personalità e sulla propria visione del mondo e della vita.

“Anche lei,” disse Lotte celando il suo imbarazzo dietro un soave sorriso, “anche lei avrà il suo regalo se farà il bravo: una candelina e chissà che altro…” “E cosa intende dire se farò il bravo?” disse lui, “come devo fare, che cosa devo fare? cara Lotte!” “Giovedì sera,” disse lei, “è la vigilia di Natale, vengono i bambini, e anche mio padre, ognuno avrò il suo regalo, venga anche lei… ma non prima.” Werther rimase sbalordito. “La prego,” continuò lei, “faccia come le dico, la prego per la mia quiete, non può, non può andare avanti così!” fra i denti. Lotte, che sentiva in che stato spaventoso l’avessero ridotto queste parole, cercò con ogni sorta di domande di deviare i suoi pensieri, ma invano. “No, Lotte,” esclamò: “non la rivedrò più!” “Perché questo?” rispose lei. “Werther, lei può, lei deve rivederci, solo si moderi un po’. Oh, ma perché doveva nascere con questa violenza dentro, con questa passione incontenibile per tutto ciò che lei intraprende? La prego,” continuò prendendolo per mano, “si moderi. La sua intelligenza, la sua cultura, il suo talento, quante soddisfazioni potrebbe ricavarne! Sia uomo! Indirizzi altrove questo triste attaccamento per una persona che non può far altro che compatirla!” Lui digrignò i denti e la guardò con occhi cupi. Lo teneva sempre per la mano. “Solo un po’ di buon senso, Werther!” disse. “Non sente che si sta ingannando, che si sta rovinando di proposito? Perché io, poi, Werther? proprio io, proprietà di un altro? proprio ciò? Temo, eccome, che quello che rende così seducente questo desiderio sta solo nell’impossibilità di avermi.” Ritirò la mano da quella di lei, guardandola con occhi fissi e sdegnati. “Saggia,” esclamò, “molto saggia! È forse una delle osservazioni di Alberto? Accorta! molto accorta!” “Chiunque la può fare,” replicò lei. “Possibile che in tutto il mondo non ci sia una ragazza capace di esaudire i desideri del suo cuore? Si faccia forza, si guardi attorno, e le giuro che la troverà; da lungo tempo sono preoccupata, per lei e per noi, dell’isolamento in cui s’è chiuso negli ultimi tempi. Si faccia forza! Un viaggio la distrarrà. Cerchi, trovi un oggetto degno del suo amore, e poi ritorni qui a godersi insieme a noi il piacere di una vera amicizia.”
“Si potrebbe benissimo,” disse lui con un gelido sorriso, “far stampare queste parole e raccomandarle a tutti i precettori, Lotte cara! Mi lasci ancora un po’ di tempo, tutto andrà a posto!”

da I dolori del giovane Werther, romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe, nella traduzione di Aldo Busi.

Add comment June 15th, 2009

Il cattivo umore e la partecipazione, secondo Werther

Werther spiega la sua visione circa l’effetto che ha sugli altri una persona che ha “la luna di traverso” e perché la considererebbe alla stregua di un malato.

“Lei ha definito vizio il cattivo umore, mi sembra che sia esagerato”
“Niente affatto”, risposi, “esso merita questo nome quando nuoce a noi stessi e agli altri. Non è già abbastanza non riuscire a renderci felici, gli uni con gli altri, dobbiamo anche derubarci del piacere che ognuno di noi talvolta riesce a procurarsi? E mi dica chi è quell’individuo che ha la luna di traverso e che è malgrado tutto capace di nasconderla, di tenersela per sé, cioè, senza turbare ogni gioia attorno. O piuttosto non si tratta di un rancore represso per la nostra inferiorità, della consapevolezza della nostra pochezza sempre legata alla gelosia e aizzata da sciocca vanità? Vediamo persone felici e non siamo noi a farle felici, e questo ci è insopportabile.Lotte mi sorrise vedendo con quanto impeto parlavo, e una lacrima negli occhi di Federica mi spronò a proseguire. “Guai a coloro,” dissi, “che si servono del potere che hanno su qualcuno per derubarlo delle semplici gioie che spontaneamente vi germogliano. Tutti i regali, tutti i favori del mondo non potranno mai sostituire un attimo di gioia che ci è stato amareggiato dall’invidiosa inquietudine del nostro tiranno.”
Il mio cuore in quel momento era stracolmo; il ricordo di alcune cose passate presero a incalzare nella mia anima, e gli occhi mi si riempirono di lacrime.
“Bisognerebbe ripetersi ogni giorno,” esclamai, “che non si può fare niente per i nostri amici se non lasciare loro le loro gioie e moltiplicare la loro felicità condividendola con loro. Sei forse capace, quando la loro anima più intima è torturata da una passione angosciosa, di versarvi una goccia di conforto?
E quando l’estrema, tormentosa malattia si abbatterà sulla creatura che hai martoriato quando era nei suoi giorni fiorenti, ed ora eccola lì nello sfinimento più miserevole, l’occhio spento rivolto al cielo, il sudore della morte gocciolante sulla fronte pallida, e tu stai accanto al letto come un dannato, intimamente persuaso che sei impotente malgrado tutti i tuoi averi, e l’angoscia ti divora dentro… allora vorresti dare tutto pur di infondere una stilla di energia, una scintilla di coraggio in quella creatura morente.”
Il ricordo di una scena uguale, a cui ero stato presente, mi assalì con violenza bruta. Portai il fazzoletto agli occhi e abbandonai la compagnia, e solo la voce di Lotte che mi gridava che dovevamo partire mi richiamò a me stesso. Oh, come mi ha rimproverato strada facendo, per la viva partecipazione a tutto quel che mi capita, dicendomi che avrei finito per rovinarmi, che dovrei avere più riguardo per me. – Oh, angelo! È per te che vivrò.

da I dolori del giovane Werther, romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe; lettera del 1° luglio 1771, nella traduzione di Aldo Busi.

4 comments June 5th, 2009

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