Link per gli embedders:http://www.youtube.com/watch?v=s3fM_wjZXLU (Il video è orrendo alla vista, ma purtroppo è quello che ho trovato con la migliore qualità audio: concentratevi sulla musica. In alternativa c’è una promettente, ma non di più, cover metal.)
Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.
Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell’oscura morte al passo andare.
Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.
I macchinisti della storica rivista “ancora In Marcia!” chiedono “scusa, a nome di tutti i ferrovieri, alle migliaia di pendolari e viaggiatori per i disagi e i disservizi subiti in questi giorni per gli enormi problemi che hanno travolto le ferrovie italiane”. Ma soprattutto – scrivono in una lettera aperta ai viaggiatori – esprimono “imbarazzo per l’atteggiamento poco rispettoso, al limite dell’offensivo, tenuto dai vertici aziendali“.
Secondo i macchinisti, la causa principale dei disservizi non è addebitabile, se non in minima parte, all’emergenza maltempo, quanto a scelte tecniche e gestionali errate, oltre che alla scarsa considerazione per gli utenti. Il gruppo Fs – prosegue la lettera – “è pieno di amministratori delegati, manager e dirigenti, che hanno rinunciato al loro ruolo di iniziativa e controllo e scelto di obbedire sempre, in silenzio, anche di fronte a scelte oggettivamente sbagliate e dannose“.
E concludono: Mauro Moretti, “invece di chiedere scusa e prendere adeguati provvedimenti, non escludendo neanche le proprie dimissioni, ha attaccato tutti, viaggiatori, giornali, macchinisti, fino ad arrivare alla inverosimile richiesta di dotarsi di coperte e panini!”. I macchinisti auspicano che “lo Stato riprenda le redini di questo importante servizio pubblico facendolo funzionare nell’interesse della collettività e non di creative scelte di mercato”.
Qualche giorno fa ho terminato la lettura del volume storico Stalingrado – La battaglia che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale, a cura del romanziere e saggista Antony Beevor (sito ufficiale) ed edito in Italia da Rizzoli.
È un libro che raccomando a tutti gli appassionati di storia contemporanea (ma anche ai semplici curiosi), in quanto ripercorre con precisione ed abbondanza di dettagli le vicende comprese tra l’inizio dell’Operazione Barbarossa (giugno 1941), con la quale Hitler mirava ad annientare l’Unione Sovietica, e la resa del generale tedesco Friedrich Paulus, comandante della VI Armata, avvenuta il 31 gennaio 1943.
Il saggio abbonda nelle descrizioni dei due eserciti schierati sulle rive del Volga, con numerose citazioni di fonti dagli archivi di ambo i fronti. Attraverso i capitoli viene anche portata avanti una dettagliata analisi della situazione psicologica e logistica delle forze in campo, riuscendo ad incuriosire il lettore fino all’ultima pagina.
O come un uomo costruì contemporaneamente il proprio dolore e la propria ascensione ad intoccabile (fisicamente, politicamente, processualmente).
Breve riepilogo per coloro i quali si siano persi la baraonda delle ultime 24 ore: durante un raduno PdL, un uomo ha colpito al volto Berlusconi con una statuetta del Duomo, provocandogli una grave ferita alla bocca (labbro e denti).
Dai fatti si è (giustamente) sollevato un polverone inimmaginabile, ulteriore conferma che l’italiano medio se ne frega della politica, ma diventa immediatamente attivista non appena quest’ultima si tramuta in cronaca.
C’è stata una pletora di reazioni all’avvenimento:
C’è chi ha gioito per l’avvenimento ed ha osannato l’autore del gesto.
Qualcuno si è improvvisato storico ed ha paragonato questo evento alle stragi degli Anni di Piombo.
Una fetta della maggioranza del Parlamento ha voluto leggere nel colpo una cospirazione sinistroide per uccidere il premier.
Altri hanno spiegato l’azione come diretta conseguenza dei toni usati da certi politici (Di Pietro) e della magistratura (CSM).
Una minoranza ha gridato alla montatura, ritenendo che a muovere la mano dell’uomo sia stata una pianificazione dello stesso Berlusconi (o perlomeno del suo entourage), in modo da poterlo martirizzare.
In molti, comunque, hanno espresso solidarietà al premier.
Ciò che è certo è che Berlusconi sia uscito vincitore da questo evento (le ferite si curano ed i soldi accelerano il processo – pun intended) e che coloro i quali tentano e tenteranno di spiegare le ragioni che qui seguono verranno affrettatamente etichettati come violenti, golpisti ed antidemocratici. Viste le premesse, parlerò (scriverò) concisamente.
Non c’è alcuna cospirazione politica. Avessero voluto far fuori Berlusconi, egli giacerebbe già da tempo nella tomba con un proiettile da 7 e 62 nel cranio.
La generalizzazione “a sinistra sono tutti violenti” è vecchia come il cucco (così come il suo equivalente destrorso).
Certo che si fa un gran parlare di Berlusconi! Certo che viene demonizzato! Non so quanti esponenti di sinistra siedano ancora in Parlamento (pochi, credo), ma la potenza mediatica del Cavaliere costringe tutti, sul piano pratico, a giocare di rimessa. Che questo sia dovuto ad assenza di idee o ad impossibilità di trovare spazi per esprimerle, non so.
Il polverone non si alza solo da sinistra: Berlusconi stesso attacca continuamente la sinistra, i suoi elettori (i coglioni), la magistratura (gli antropologicamente diversi), insomma tutti coloro che non gli vanno a genio, confondendo (come detto da Fini qualche giorno fa) il mandato di governo affidatogli dagli italiani con l’impunità.
Perché un offesa fisica dovrebbe essere più grave di un’offesa mediatica (vedi punto precedente)? Forse perché la prima è al limite irreversibile (la morte), mentre la seconda no? Vogliamo parlare delle ridotte possibilità (non solo economiche, ma anche di soddisfazione personale) e dell’incipiente povertà che si sta manifestando in una parte della popolazione italiana e che il governo non combatte, preferendo salvare pochi (nello specifico, amministratori delegati di aziende in bancarotta)? Certo, sono del parere che le stoccate sarcastiche siano molto più efficaci degli oggetti contundenti, ma cambiare aria ogni tanto fa bene.
Vedere Berlusconi sanguinare è una bella soddisfazione, in quanto dimostra che anche le auto-definitesi divinità sanguinano, soprattutto quella sua tonda ed untuosa faccia di cazzo (un offesa a testa, Silvio, palla a te). Questo non migliorerà le cose (anzi molto probabilmente le peggiorerà), ma, nel mio caso, mi ha reso nuovamente felice dopo un breve momento di amarezza.
Two friends, old seasoned kernel hackers, have a beer together. They talk about their lives, their jobs and everything. “Man, this job is awesome and all, but I’m always tired and in the evening I can barely stand.”
“Take this lock and keep it in your hand. It helped me in the same situation as yours.”
“How is this supposed to work?”
“Well, you know you can’t sleep while holding a lock!”
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end
No safety or surprise, the end
I’ll never look into your eyes…again
Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need…of some…stranger’s hand
In a…desperate land
Lost in a Roman…wilderness of pain
And all the children are insane
All the children are insane
Waiting for the summer rain, yeah
There’s danger on the edge of town
Ride the King’s highway, baby
Weird scenes inside the gold mine
Ride the highway west, baby
Ride the snake, ride the snake
To the lake, the ancient lake, baby
The snake is long, seven miles
Ride the snake…he’s old, and his skin is cold
The west is the best
The west is the best
Get here, and we’ll do the rest
The blue bus is callin’ us
The blue bus is callin’ us
Driver, where you taken’ us
The killer awoke before dawn, he put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall
He went into the room where his sister lived, and…then he
Paid a visit to his brother, and then he
He walked on down the hall, and
And he came to a door…and he looked inside
Father, yes son, I want to kill you
Mother…I want to…WAAAAAA
C’mon baby,——— No “take a chance with us”
C’mon baby, take a chance with us
C’mon baby, take a chance with us
And meet me at the back of the blue bus
Doin’ a blue rock
On a blue bus
Doin’ a blue rock
C’mon, yeah
Kill, kill, kill, kill, kill, kill
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
It hurts to set you free
But you’ll never follow me
The end of laughter and soft lies
The end of nights we tried to die
This is the end
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.
Si dovrebbero forse a questo punto aggiungere alcune considerazioni generali sull’atteggiamento dello scienziato verso un credo particolare, sia esso religioso o politico. La fondamentale differenza fra un credo religioso ed un credo politico – che quest’ultimo cioè si riferisca alla realtà materiale e immediata del mondo che ci circonda, mentre il primo ha come oggetto un’altra realtà che trascende il mondo materiale – non è importante per questa particolare questione; è il problema del credo in sé che va discusso. Da ciò che è stato detto si sarebbe inclini a chiedersi se non sarebbe meglio che gli scienziati non fossero legati ad alcuna dottrina particolare e non confinassero il loro modo di pensare nei limiti d’una determinata filosofia. Lo scienziato dovrebbe sempre esser pronto a veder mutare i fondamenti della propria conoscenza in base alla nuova esperienza. Ma una richiesta del genere costituirebbe ancora una semplificazione eccessiva della nostra situazione nella vita, e questo per due ragioni. La prima è che la struttura del nostro pensiero viene determinata in gioventù da idee in cui c’imbattiamo in quel tempo e o da forti personalità con cui entriamo in contatto e da cui impariamo. Tale struttura formerà parte integrante di tutto il nostro lavoro successivo e può renderci difficile il pieno adattamento a idee diverse. La seconda ragione è che noi apparteniamo ad una comunità o ad una società. Questa comunità è tenuta insieme da idee comuni, da una scala comune di valori etici, o da un comune linguaggio nel quale ci si esprime sui problemi generali della vita. Le idee comuni possono essere sostenute dall’autorità di una chiesa, di un partito o di uno stato e, anche se non si tratta di ciò, può essere difficile allontanarsi dalle idee comuni senza entrare in conflitto con la comunità. E tuttavia i risultati del pensiero scientifico possono essere in contraddizione con qualcuna di queste idee. Non sarebbe certo saggio chiedere che lo scienziato non debba essere membro leale della propria comunità, che esso debba essere privato della felicità che può provenire dall’appartenenza ad una comunità; e sarebbe egualmente poco saggio desiderare che le idee comuni della società, che dal punto di vista scientifico sono sempre delle semplificazioni, debbano cambiare istantaneamente in seguito al progresso della conoscenza scientifica e che debbano essere così variabili come necessariamente lo sono le teorie scientifiche. Perciò su questo punto ritorniamo anche al nostro tempo al vecchio problema della “doppia verità” che riempie tutta la storia della religione cristiana attraverso il tardo medioevo. Esiste la discutibilissima dottrina che “la religione positiva – qualsiasi possa essere la sua forma – è una necessità indispensabile per la massa del popolo, mentre l’uomo di scienza cerca la verità al di là della religione e la ricerca soltanto lì”. “La scienza è esoterica”, così dice “è soltanto per i pochi”. Se ai nostri tempi le dottrine politiche o le attività sociali assumono in molti paesi la parte della religione positiva, il problema resta essenzialmente lo stesso. La prima esigenza dello scienziato sarà sempre l’onestà intellettuale, mentre la comunità gli chiederà spesso – a causa della variabilità della scienza – di attendere almeno alcuni decenni prima di esprimere pubblicamente le sue opinioni dissenzienti. Non esiste forse una soluzione semplice a questo problema, quando la semplice tolleranza non è sufficiente. Può venire qualche consolazione dal fatto che si tratta certamente d’un vecchio problema, connaturato alla vita umana.