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Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 5: l’alienazione

A tratti dolce, talvolta amara, l’alienazione è una delle sensazioni che si può dire di percepire meglio in una grande città. Contare le persone che ti passano accanto nei minuti che impieghi per arrivare al lavoro/all’università, immaginare a spanne l’ordine di grandezza delle genti che nelle altre zone della città stanno eseguendo le tue stesse azioni, valutare approssimativamente la quantità di individui con le quali condividi il luogo di lavoro/studio, che non conosci e che sicuramente non riconosceresti se incontrassi due volte.
Numeri. Soltanto numeri.

Nel modestissimo paese di 30.000 abitanti nel quale ho trascorso i primi quattro lustri della mia vita non ci si conosce tutti (chiaro), ma sarei in grado di enumerare con soltanto limitata difficoltà, nella mia mente, tutte le persone il cui percorso di vita si intrecciava con la mia, nei quindici minuti di camminata che separavano la mia abitazione dal liceo. I meccanici dell’officina di Giacomino, le cassiere del supermercato, l’altra officina di Pesce, l’autoscuola Netti e le guide delle 8 - 8:20, il negozio di scarpe su Via Castellana, i pescivendoli di Via Giovanni Laterza, i profumi delle focacce di Salus, le chincaglierie del negozio sotto il porticato ‘mbonn all’er, i bar del corso ed i loro già all’epoca fastidiosi tavolini e, per concludere, i soliti coglioni perennemente stazionanti nelle prossimità dello pseudo-bar vicino al liceo.
Prova a ripetere l’esperimento nei viali di Torino, e ti ritroverai ad avere come punto fermo i numeri delle linee dell’autobus da prendere.
(e nonostante il “tu” sia riferito al mio personalissimo esperimento, il discorso può essere certamente generalizzato)

L’idea del numero ritorna, perché è ciò in cui i perversi meccanismi della società ci trasformano per l’adempimento del collettivo continuare ad esistere.

Where have you been? It’s alright, we know where you’ve been.
You’ve been in the pipeline, filling in time,
provided with toys and scouting for boys.

cantava David Gilmour in Welcome to the Machine (riferendosi all’industria della musica, ma faccio comunque mie le sue parole).
E a chi crede di volare via con il sogno di raggiungere i propri obiettivi viene ricordato che:

What did you dream? It’s alright, we told you what to dream.

Cos’è il successo? Qual è il contenuto delle parole con le quali ti viene detto che stai facendo del tuo meglio e stai raggiungendo gli obiettivi che il tuo superiore, la tua azienda, la tua società si aspettano da te?

Well, I’ve always had a deep respect, and I mean that most sincerely.
The band is just fantastic, that is really what I think.
Oh by the way, which ones Pink?

(questa è Have a Cigar, la canzone successiva dell’album Wish You Were Here)

È possibile uscire (ammesso che si debba farlo) da questa situazione di alienazione? Quelli che seguono sono pensieri gettati via a ruota, senza alcuna pretesa di correttezza, coerenza, accettazione personale o lucidità.

  • Accettare l’alienazione, anzi considerarla una manifestazione della propria superiorità. Che questo pensiero derivi da uno spinto solipsismo o da un “semplice” relativismo sensoriale, il punto cruciale risiede nell’idea che i numeri siano gli altri, a cui io, come demiurgo, dono esistenza. Se ne ho voglia, dalla mia somma bontà soffro con voi, altrimenti godo della pace sensoriale che posso raggiungere semplicemente volendolo. Per la serie, io so di esistere, ma non posso dire altrettanto di te: se hai voglia di confutare la mia tesi, provaci pure, ma dubito che ci riuscirai.
  • Tentare di fuggire dall’alienazione: magari scegliere di dedicarsi a qualcuno di caro, che sia una persona in particolare, una famiglia, o una comunità, non importa. Questo tentativo porta (porterebbe?) alla costruzione di un esoscheletro di relazioni che annullerebbe (mitigherebbe?) la sensazione da “catena di montaggio” propria dell’alienazione. È quello che mi viene in mente ascoltando Wish You Were Here, sempre dall’omonimo album. Guarda caso, ne avevo brevemente parlato tempo fa, in occasione della morte del tastierista dei Pink Floyd, Richard Wright.

    How I wish, how I wish you were here.
    We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
    Running over the same old ground.
    What have you found? The same old fears.
    Wish you were here.

    Con la differenza che, all’epoca, la canzone mi trasmetteva una certa sensazione di speranza e di invito a combattere sempre per il bene, proprio e dei propri cari. Sarà stato un momento (o magari il momento è questo), ma adesso la vedo proprio in maniera opposta: desiderare che tu sia qui è, in realtà, solo l’illusione di un irraggiungibile benessere.

  • Rassegnarsi. Accettare lo status quo e mitigare episodicamente il proprio malessere: per rendere l’idea, fatevi un giro su Facebook (o qualsivoglia sito di social networking) e stimate quale sia la percentuale di iscritti che hanno scelto come propria immagine personale una in cui sfoggiano un recipiente, più o meno capiente (e più o meno colmo), di bevande alcooliche. Non che io non approvi, ma altre volte ho già detto che preferisco vivere con il cervello acceso: anche se al minimo, ma acceso. Citando De André, in particolare la canzone Verranno a chiederti del nostro amore dall’album Storia di un impiegato:

    Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
    come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
    i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro,
    i tuoi occhi assunti da tre anni.
    I tuoi occhi per loro,
    ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo,
    o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
    e troppo stanchi per non vergognarsi
    di confessarlo nei miei,
    proprio identici ai tuoi.
    Sono riusciti a cambiarci,
    ci son riusciti lo sai.

    L’album tratta proprio del processo di presa coscienza di un borghese sessantottino, ma, nella mia personalissima interpretazione, questo particolare estratto lascia ben poco spazio a speranze per il futuro.

Non sapevo come concludere questo post sull’alienazione. Per lungo tempo ho cercato un video musicale che fosse all’altezza delle mie aspettative, fallendo. Poi ho realizzato. Buona visione.
(per chi non capisce il senso del video, spiegazione a seguire)

L’uomo (ammettiamo per semplicità che lo sia) nel video è Steve Ballmer, già amministratore delegato della Microsoft, presidente della stessa da metà 2008. Il senso profondo del discorso dal quale è stato estratto il “developers, developers!” e con cui è stato realizzato il divertentissimo video qui sopra è, a mio avviso, questo: “venite a lavorare da noi, abbiamo bisogno di scimmie ammaestrate che sappiano programmare, volevo dire, sviluppatori…”. E lì sei davvero solo una sequenza di bit (inefficienti e non liberi, tra l’altro).

Add comment November 13th, 2008

Web Application FAIL @ Politecnico di Torino

Cosa succede quando un’applicazione Web è scritta male? Oppure se viene su come un insieme di patch applicate sequenzialmente, da autori diversi, ad un prodotto scritto male?
Probabilmente viene su il Portale della Didattica del Politecnico di Torino.
Chiedete ad un qualsiasi utente del portale: frequenti downtime, misteriosi errori SQL:
Little Bobby Tables
(evviva l’escape ed il binding)
Per non parlare dell’assoluta inusabilità della sezione del materiale didattico. Ma, in fondo, non è grave. Basta che i nostri dati siano al sicuro. In effetti, se qualcuno volesse vedere, ad esempio, le fotografie degli studenti, dovrebbe essere innanzitutto autenticato, ma soprattutto autorizzato a vederle. Nella pratica, ogni studente è autorizzato a vedere solo la propria foto e quelle dei professori dei corsi che segue (anche se da un po’ di tempo questa funzionalità é broken).
Se volete convincervene, provate a sostituire a XXXXXX una qualsiasi matricola numerica >= 100000 :

http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.foto_studente?p_matricola=XXXXXX

(gli iscritti al Poli possono provare anche ad autenticarsi, prima, e poi seguire il link sopra per la propria matricola)
Peccato che qualche genio deve aver avuto la pensata sbagliata e deve aver realizzato che, per la porzione di applicazione web che stava sviluppando, questa restrizione era troppo vincolante (già, portarsi in giro dei dati di sessione, o fare delle query SQL corrette, è troppo faticoso). Dunque, dalle pagine relative agli esami IELTS si raggiunge la propria foto mediante un indirizzo diverso:

http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.maria_test?p_matricola=XXXXXX

Adesso la prova possono farla tutti. Sostituite XXXXXX con una matricola numerica di esattamente sei cifre (magari non troppo alta).
Buon divertimento.

(non sono io ad aver scoperto questa vulnerabilità, ma un amico, al cui sito fornirò il link se me ne darà il permesso)
(e, no, non avviserò proprio nessuno)

1 comment November 12th, 2008

Il dolore, la solitudine, l’autorità

  • Il dolore che accetti di provare quando ti spingi troppo oltre, sia il limite una mangiata pantagruelica a base di superfrittate, o il dannato attaccamento che puoi provare per qualcuno o qualcosa.
  • La solitudine nella quale ogni giorno scegli di vivere il tuo dolore, ammesso che di scelta si tratti.
  • L’autorità, che si conquista vivendo assieme agli altri e non con un voto di fiducia, che ferma i fiumi ed i mari con poche e semplici parole.

Ma, soprattutto… il segnale seq nei processori ARM serve ad accedere in modo ottimizzato e sequenziale alla memoria!

Ascolti del momento: un po’ di tutto di Bob Dylan, tra Mr. Tambourine Man e Like a Rolling Stone.

Add comment November 11th, 2008

È questione di occhi

Dedicato a tutti quei momenti e situazioni in cui crediamo tutto sia cambiato, ma basta uno sguardo (magari rubato) per capire che, invece, non è cambiato un bel niente.
Sigh.

Fiori rosa, fiori di pesco, c’eri tu
fiori nuovi stasera esco, ho un anno di più
stessa strada, stessa porta.
Scusa se son venuto qui questa sera
da solo non riuscivo a dormire perché
di notte ho ancora bisogno di te
fammi entrare per favore solo
credevo di volare e non volo
credevo che l’azzurro di due occhi per me
fosse sempre cielo, non è
fosse sempre cielo, non è
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
no, non sto sbagliando mi ami
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero,
dimmi che è vero
dimmi che noi non siamo stati mai lontani
ieri era oggi, oggi è già domani
dimmi che è vero, dimmi che è ve…
scusa credevo proprio che fossi sola
credevo che non ci fosse nessuno con te
oh scusami tanto se puoi
signore chiedo scusa anche a lei
ma io ero proprio fuori di me
io ero proprio fuori di me quando dicevo
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
no, non sto sbagliando mi ami
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…

Add comment November 4th, 2008

Il futuro, l’odio, l’esilio, la terra

Le domande più importanti arrivano inaspettate. Ed è il flash davanti al quale un amico mi ha appena parato: non che io non ci avessi già pensato, ma sentirselo chiedere così direttamente…

lui: ma tu ci pensi
lui: che andremo avanti tutta la vita
lui: a fare solo roba legata ai computer?
lui: se ci pensi in questi momenti cupi non ti viene da star male?
lui: :)
me: non me ne parlare che è un dramma (senza faccina)
lui: no, perchè nerd per hobby ok
lui: ma per lavoro + hobby
lui: + poli
lui: è da internarsi
me: si si
me: è una sensazione che ho ogni tanto
lui: sono convinto che noi finiremo per odiare tutto.
lui: apriremo un agriturismo
lui: e vivremo del frutto delle nostre terre
lui: è l’unica soluzione possibile IMHO
me: non lo escludo a priori
lui: grazie a dio c’è un log, vedrai che sarai così
me: già, ma dovrei conservarlo e ricordarmene
lui: lo farai.
me: ed essere capace di riprenderlo
lui: lo sarai.
me: e volerlo rileggere
lui: lo vorrai

Ascolto correlato: Inverno di Fabrizio de André, dall’album Tutti morimmo a stento. Restare o partire, aspettare l’estate o fuggire l’inverno?
(e grazie a chi me l’ha fatta scoprire ;) )

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

1 comment November 3rd, 2008

La protesta dei fannulloni (o come il numero di manifestanti traboccò Piazza Castello)

Gli studenti degli atenei italiani che hanno protestato nei giorni scorsi contro il decreto legge Gelmini sono stati tacciati come fannulloni dal Presidente del Consiglio. Questa mattina, nelle piazze e nelle strade di tutta Italia, studenti e lavoratori hanno unito le proprie forze e manifestato all’Italia il disagio per una manovra che rende il futuro dell’università molto più grigio di quello presente.

Non mi dilungherò sui contenuti del decreto, il cui ampio respiro dovrebbe esservi già noto (in caso opposto informatevi spegnendo la TV e facendo riferimento al più vicino studente universitario). Piuttosto, riporterò le impressioni e le foto che ho scattato alla manifestazione di Torino di oggi, giovedì 30 ottobre 2008. Che la partecipazione non sfumi e la memoria non ci abbandoni.

Il corteo del Politecnico sarebbe dovuto partire alle 8,30, ma con ogni probabilità gli organizzatori sono stati di manica larga, per tenere conto degli inevitabili ritardi di concentramento e di spostamento. Alla fine, il corteo è partito alle 9,30, per intenderci. ;) Già davanti al Poli si indovinava che la giornata sarebbe andata per il meglio: la quantità di persone ferme davanti all’ingresso, in attesa di partire, era totalmente spropositata per la tipica propensione politecnica alla staticità. Per intenderci, quando la testa del corteo, percorrendo Corso Vinzaglio, ha raggiunto Via Cernaia, gli agenti che chiudevano il corteo erano ancora all’altezza di Corso Matteotti. E su Via Cernaia lo spettacolo era questo:

Via Cernaia

Decisamente un ottimo colpo d’occhio. Se a questo aggiungiamo gli altri cortei che già stazionavano in Piazza Arbarello

Piazza Arbarello

o che erano già su Via Micca, i numeri si fanno decisamente grandi (la stampa parlerà di decine di migliaia di manifestanti). Il corteo si è diretto verso Piazza Castello e qui (stupore degli stupori), facendo due rapidi conti, si è notato che la piazza non sarebbe stata abbastanza grande per accogliere tutti. Dunque la manifestazione ha proseguito tra i portici di Via Po, regalando questo spettacolo ai presenti:

Imbocco di Via Po

Terminazione di Via Po

Poteva la pur capiente Piazza Vittorio Veneto (e l’ora di pranzo…) fermare l’animosità dei più? Certamente no. E dunque dei gruppi spontanei si sono mossi verso Corso Casale, o verso la stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove sembra che per qualche ora i manifestanti abbiano bloccato alcuni binari per protesta. Alla fine, comunque, lo spettacolo era questo:

Piazza Vittorio Veneto

E mentre il corteo del Politecnico aveva già da tempo terminato la sua marcia, altri gruppi raggiungevano la piazza:

Piazza Vittorio Veneto

Dopo questa imponente manifestazione, cosa rimane? Sicuramente l’impatto nella mia mente: spero sia altrettanto per gli altri studenti e lavoratori che sono stati coinvolti più o meno direttamente. Ma, soprattutto, nella mente dei numerosissimi cittadini che hanno visto sfilare noi e gli altri manifestanti nelle altre città.

Un’amica mi diceva (cito) che “ci vorrebbe almeno una settimana di sciopero intenso e anche qualche scontro tra polizia e studenti, senza che si faccia male nessuno, ma che mobiliti l’opinione pubblica e faccia scandalo anche all’estero”. Non sono d’accordo. Non abbiamo bisogno di martiri (si vedano le parole di Cossiga di una settimana fa) sui quali il governo possa far presa di fronte all’opinione pubblica. Se gli studenti ed i lavoratori di tutta Italia avessero la possibilità di fare una visita collettiva a Roma, riempire le due camere del Parlamento e chiedere spiegazioni immediate al governo, forse la situazione cambierebbe: ma, dato che una tale mobilitazione richiederebbe una organizzazione ed uno sforzo titanici, meglio evitare di fare le cose a metà. Meglio lavorare giorno per giorno, seguendo le due parole chiave a me tanto care (sempre le stesse): partecipazione e memoria. Noi stessi dobbiamo continuare a mantenere ricordo di quello che sta accadendo e dobbiamo impegnarci in ogni istante affinché tutti quelli che conosciamo (ma anche gli altri) facciano lo stesso. In modo che alle prossime elezioni non ci siano scuse, non ci si possa nascondere dietro le guerre partitiche e lasciar correre tutto ciò che è successo (magari anche prima delle prossime elezioni, ma l’arroganza di certi governi, tra cui questo, fa sì che solo un fortissimo tremore nella loro base, forse, potrebbe convincerli a rivedere qualcosa delle loro decisioni).
Perché, ammettiamolo, certi esponenti politici attualmente al governo hanno una certa abilità di fare le cose, che va loro riconosciuta anche se viene usata per scopi assolutamente malsani. Fanno le loro riforme nel clamore, scombussolano tutto in poco tempo e poi lasciano che la voce sedimenti, lasciando che la gente si stufi di impegnarsi e dimentichi quello che è successo e torni alle proprie vite di tutti i giorni.
(Un esempio su tutti: il Lodo Alfano)

Concedetemi una nota di colore:

Il laplaciano dell'università

Questo manifestante era dichiaratamente un ingegnere del Politecnico… diciamo che il suo piccolo cartello ha a che vedere con questo ;)

Per concludere, la maggior parte delle foto che ho scattato sono adesso su Facebook al seguente indirizzo: http://www.facebook.com/album.php?aid=37583&l=ab192&id=630464268 (anche se ognuna delle foto precedenti è in realtà un link a quella a dimensione intera)

E se il Poli manifesta, l’avete fatta grossa.

3 comments October 31st, 2008

Pausa forzata

Incombenti scadenze scolastico-lavorative, (giustamente) rimandate nei due scorsi week-end, mi impongono a sospendere temporaneamente le trasmissioni di questo blog. Di cose da dire ce ne sarebbero tonnellate: Parigi, le manifestazioni studentesche, l’alienazione… Ma per ora (spero solo per il week-end) sarà silenzio radio e le vostre riceventi cattureranno solo rumore statico.

Add comment October 28th, 2008

Delayed epiphany

Che bello scoprire le cose in ritardo. Che bello capire dopo troppo tempo. Che bello dover ridare un senso a tutto ciò che è successo. Questo tipo di epifania ti fa riscoprire la prospettiva delle cose, e, a volte, apprezzare ancora di più l’ambiente circostante. Che bello.
Certo, l’impatto è un po’ bello e terribile (sublime :) ), ma è giusto che sia così, soprattutto se uno ha certi occhi… gli occhi di chi ama.

Per evitare ambiguità: Epifania nel senso di Joyce ;) (altre info in inglese)

Add comment October 23rd, 2008

Migranza

Mentre le soleggiate campagne corrono accanto al mio finestrino, mentre gli ulivi lasciano il passo a nebbiosi vitigni, mentre il sole stanco decide di terminare i propri doveri oltre l’orizzonte occidentale, mentre il mio personale contachilometri della settimana raggiunge e supera quota duemila, mentre la locomotiva dell’Eurostar City 9754 dimostra tutta l’abilità dell’uomo di (costruire macchine che possano) convertire energia elettrica in energia cinetica, la parola che più spesso mi viene in mente (a meno quelle da lei recentemente pronunciate) è “migranza”.
La nostra società pretende di catalogarci stampando sul nostro documento d’identificazione la nostra cittadinanza e la nostra residenza: senza saperlo (e soprattutto senza volerlo) veniamo catapultati in un mondo in cui queste due sole informazioni decideranno una sostanziale porzione della nostra vita. Maggiormente nella società occidentale, che ha dimenticato lo status di nomade da svariate decine di migliaia d’anni, queste due caratteristiche hanno un peso determinante su quanti anni possiamo aspettarci di vivere, contro quanti e quali sacrifici dovremo lottare, quali saranno gli individui e le cose che maggiormente di rallegreranno, eccetera… L’ambiente farà il resto con il passare del tempo, ma (potremmo pensare) tipicamente esso non cambia durante la nostra esistenza. Ma in ogni caso saranno proprio queste sensazioni, questi umori, queste talvolta inesprimibili combinazioni di cause, impresse nella nostra memoria e nelle nostre viscere, a determinare chi siamo e saremo.
Beh, insomma. Più o meno.

Questa analisi sarebbe corretta da un punto di vista generale, come media degli umori e delle condizioni di tutti gli uomini. Ma, scendendo ad un livello di dettaglio più vicino alle persone, vedremmo chiaramente che non è così. Flussi migratori di uomini e donne in cerca di felicità ridisegnano ogni giorno il panorama demografico del nostro pianeta. Non che le motivazioni che regolino questo valzer di numeri siano uguali per tutti, ma credo di poter riconoscere qualche tratto tipico:

  • C’è chi con premeditazione decide di rinunciare all’immediata felicità e di scommettere sul proprio futuro, forte dell’appoggio dell’amico denaro o dell’amico potere.
  • C’è chi, invece, oppresso proprio dai due precedenti, per lui nemici, non ha altra scelta che migrare, in un altro luogo che presumibilmente non gli riservi lo stesso magro trattamento.
  • C’è chi migra trasportato dal momento, dal vortice dei propri pensieri ed emozioni (più frequentemente, da una combinazione non lineare dei due), incapace di mettere radici e di prosperare in un luogo preciso della Terra.
  • C’è chi si sposta per rifarsi una vita, o per cercare di afferrare una fumosa nuova opportunità (a volte, immancabilmente, fallendo).
  • Ed infine c’è chi migra con la mente, pur permanendo fisicamente a lungo, a volte per sempre, sulla stessa porzione del globo, in attesa dell’occasione, dell’opportunità o della possibilità di concretizzare le proprie inespresse immaginazioni.

Tra tutti questi individui certamente non mancano gli opportunisti, coloro che si aggrappano alle debolezze degli altri per superare le proprie. Non mi dilungherò su questo comportamento, che non considero intrinsecamente sbagliato (in quanto inevitabile ed incancellabile retaggio delle nostre origini animali), ma che invece, a mio parere, dovrebbe essere condannato e punito nella società, in quanto è una di quelle abitudini che maggiormente mina la diffusione della felicità generalizzata. Ma non trascendiamo a parlare di democrazia, sarà argomento per un altro messaggio.
Gli opportunisti, dicevo. Nonostante una parte del totale che non riesco a quantificare sia composta proprio da loro, la restante fetta della popolazione migrante è destinata a soffrire (in modo non uniforme nella quantità e nelle modalità) a causa dello strappo (più o meno continuo o ripetuto) dall’ambiente che l’ha allevato. C’è chi vive questa separazione come un’opportunità di ampliare i propri orizzonti; c’è chi, semplicemente, soffre. Nonostante tutto, una porzione non indifferente della popolazione mondiale è insensibile a queste tematiche (mi è sempre piaciuto parlare della loro versione italiana come “informi ammassi ameboidi dal colore verdognolo”): nonostante proprio tra queste persone sia viva una certa “passione” per l’incondizionata accettazione delle idee dei padri, essi stessi dimenticano quanto i propri padri abbiano sofferto, vittime dello stesso rifiuto che i figli restituiscono ai nuovi migranti.

Ed allora non posso che cantare le lodi dei migranti, onorare i loro sacrifici, ricordare in eterno tutte le Ellis Island sulle quali sono sbarcati ed alle quali hanno rimesso le proprie vite, in nome di quello che consideravano il benessere (salvo poi, talvolta, accorgersi del contrario), loro e dei lori cari; tutti i Sacco e Vanzetti illusi, depredati e delusi, schiacciati dalla deforme società che vuole la sofferenza degli invisibili per ripagare a caro prezzo le gioie dei benestanti. E richiamo nelle mie vene la loro forza d’animo e la loro disperazione, accolgo su di me le loro gioie e sofferenze, mi faccio carico dei loro sospiri di malinconia, nostalgia e d’amore, affinché m’aiutino, ancora una volta, l’ennesima volta, a migrare.

E per concludere con il video d’obbligo le parole di “Scene Eight, The Spirit Carries On”, undicesima traccia dell’album “Metropolis Pt 2 - Scenes From a Memory” dei Dream Theater, che la limitata capacità d’immagazzinaggio del mio cellulare e la mia propensione verso l’abitudine mi hanno fatto ascoltare numerose volte durante le recenti giornate di viaggio. Una buona canzone in un ottimo concept album, che suggerisco a tutti coloro che cercano musica rock e testi non esattamente banali (anche se ammetto di conoscere i Dream Theater per questa sola opera). Di questo brano apprezzo particolarmente il percorso crescente dalla calma iniziale alla impetuosità finale, il passaggio tra 01:50 e 02:10 (per il testo, qui sotto in neretto) e tutta la canzone da 04:20 verso la fine (per testo, melodia, voce principale e coro).

Where did we come from?
Why are we here?
Where do we go when we die?
What lies beyond
And what lay before?
Is anything certain in life?

They say “Life is too short”
“The here and the now”
And “You’re only given one shot”
But could there be more
Have I lived before
Or could this be all that we’ve got?

If I die tomorrow
I`d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

I used to be frightened of dying
I used to think death was the end
But that was before
I’m not scared anymore
I know that my soul will transcend

I may never find all the answers
I may never understand why
I may never prove
What I know to be true
But I know that I still have to try

If I die tomorrow
I’d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

“Move on, be brave
Don’t weep at my grave
Because I’m no longer here
But please never let
Your memories of me disappear”

Safe in the light that surrounds me
Free of the fear and the pain
My questioning mind
Has help me to find
The meaning in my life again
Victoria’s real
I finally feel
At peace with the girl in my dreams
And now that I’m here
It`s perfectly clear
I found out what all of this means

If I die tomorrow
I’d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

Add comment October 22nd, 2008

Carpe diem

Carpe diem non vuol dire vivere alla giornata senza pensare al domani e senza lungimiranza; vuol dire, invece, saper sfruttare tutte le possibilità che i nostri giorni ci offrono, senza lasciarcene sfuggire alcuna.”

Per lungo tempo, durante le ore di letteratura latina, al liceo, ho fatto finta di capire questa frase, che, grosso modo, se la memoria non m’inganna, era la spiegazione che la nostra professoressa dava della filosofia oraziana. Ho imparato a ripetere questa affermazione quasi meccanicamente per ottenere delle decenti votazioni (anche se lo scoglio maggiore erano le traduzioni, forse anche a causa del fatto che iniziavo a farle al mio ingresso a scuola, la mattina), ma mi rifiutavo di studiarne l’effettivo grado di verità o di applicabilità alla vita “reale”. Non cerco neanche di indagarne il perché, ormai. Era così e basta.
Con ogni probabilità, in questo momento sto pensando proprio a queste parole (se sono sveglio), mentre le rotaie scorrono velocemente sotto i miei piedi, la distanza da casa decresce (linearmente?) col passare dei minuti e la prossima “occasione” di stare bene si avvicina inesorabilmente.
(No, non ho un accesso mobile. Sì, questo è un post schedulato)
Zaino in spalla, e che tempesta sia. Nonostante tutto, però, non posso che non essere malinconico, pensando come potrò dire a mia madre che ho paura
(è una metafora, ma insomma…)

2 comments October 19th, 2008

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