Posts filed under 'Books and literature'

La scienza, la verità e la vita

Si dovrebbero forse a questo punto aggiungere alcune considerazioni generali sull’atteggiamento dello scienziato verso un credo particolare, sia esso religioso o politico. La fondamentale differenza fra un credo religioso ed un credo politico – che quest’ultimo cioè si riferisca alla realtà materiale e immediata del mondo che ci circonda, mentre il primo ha come oggetto un’altra realtà che trascende il mondo materiale – non è importante per questa particolare questione; è il problema del credo in sé che va discusso. Da ciò che è stato detto si sarebbe inclini a chiedersi se non sarebbe meglio che gli scienziati non fossero legati ad alcuna dottrina particolare e non confinassero il loro modo di pensare nei limiti d’una determinata filosofia. Lo scienziato dovrebbe sempre esser pronto a veder mutare i fondamenti della propria conoscenza in base alla nuova esperienza. Ma una richiesta del genere costituirebbe ancora una semplificazione eccessiva della nostra situazione nella vita, e questo per due ragioni. La prima è che la struttura del nostro pensiero viene determinata in gioventù da idee in cui c’imbattiamo in quel tempo e o da forti personalità con cui entriamo in contatto e da cui impariamo. Tale struttura formerà parte integrante di tutto il nostro lavoro successivo e può renderci difficile il pieno adattamento a idee diverse. La seconda ragione è che noi apparteniamo ad una comunità o ad una società. Questa comunità è tenuta insieme da idee comuni, da una scala comune di valori etici, o da un comune linguaggio nel quale ci si esprime sui problemi generali della vita. Le idee comuni possono essere sostenute dall’autorità di una chiesa, di un partito o di uno stato e, anche se non si tratta di ciò, può essere difficile allontanarsi dalle idee comuni senza entrare in conflitto con la comunità. E tuttavia i risultati del pensiero scientifico possono essere in contraddizione con qualcuna di queste idee. Non sarebbe certo saggio chiedere che lo scienziato non debba essere membro leale della propria comunità, che esso debba essere privato della felicità che può provenire dall’appartenenza ad una comunità; e sarebbe egualmente poco saggio desiderare che le idee comuni della società, che dal punto di vista scientifico sono sempre delle semplificazioni, debbano cambiare istantaneamente in seguito al progresso della conoscenza scientifica e che debbano essere così variabili come necessariamente lo sono le teorie scientifiche. Perciò su questo punto ritorniamo anche al nostro tempo al vecchio problema della “doppia verità” che riempie tutta la storia della religione cristiana attraverso il tardo medioevo. Esiste la discutibilissima dottrina che “la religione positiva – qualsiasi possa essere la sua forma – è una necessità indispensabile per la massa del popolo, mentre l’uomo di scienza cerca la verità al di là della religione e la ricerca soltanto lì”. “La scienza è esoterica”, così dice “è soltanto per i pochi”. Se ai nostri tempi le dottrine politiche o le attività sociali assumono in molti paesi la parte della religione positiva, il problema resta essenzialmente lo stesso. La prima esigenza dello scienziato sarà sempre l’onestà intellettuale, mentre la comunità gli chiederà spesso – a causa della variabilità della scienza – di attendere almeno alcuni decenni prima di esprimere pubblicamente le sue opinioni dissenzienti. Non esiste forse una soluzione semplice a questo problema, quando la semplice tolleranza non è sufficiente. Può venire qualche consolazione dal fatto che si tratta certamente d’un vecchio problema, connaturato alla vita umana.

da Fisica e Filosofia, di Werner Heinseberg

Add comment September 18th, 2009

Passato, presente e futuro

Un passaggio interessante sulla definizione di passato, presente e futuro, nell’ambito della discussione su fisica classica e teoria dei quanta.

[…] le parole comuni “spazio” e “tempo” si riferiscono ad una struttura dello spazio e del tempo che è in realtà un’idealizzazione ed una supersemplificazione della struttura reale. Ma dobbiamo tuttavia tentare di descrivere la nuova struttura e possiamo forse farlo nel modo seguente:
Quando noi usiamo il termine “passato” noi comprendiamo tutti quegli eventi che noi potremmo conoscere almeno in via di principio, dei quali avremmo potuto sentire parlare almeno in via di principio. In modo analogo comprendiamo col termine “futuro” tutti quegli eventi che noi potremmo influenzare almeno in via di principio, che noi potremmo tentare di cambiare o di ostacolare, almeno in via di principio. […] È facile constatare che essa [la definizione appena data] corrisponde con molta precisione all’uso che facciamo comunemente dei termini. […]
Nella teoria classica accettiamo l’assunto che futuro e passato siano separati da un intervallo temporale infinitamente breve che noi possiamo chiamare il momento presente. Nella teoria della relatività apprendiamo che la situazione è diversa: futuro e passato sono separati da un intervallo finito di tempo la lunghezza del quale dipende dalla distanza dall’osservatore. Qualsiasi azione può propagarsi soltanto ad una velocità minore od uguale alla velocità della luce. Perciò un osservatore in un dato istante non può né conoscere né influenzare eventi distanti che abbiano luogo tra due tempi caratteristici. Uno di questi tempi è l’istante in cui un segnale luminoso viene emesso dal punto in cui avviene l’evento per raggiungere l’osservatore al momento dell’osservazione. L’altro tempo è l’istante in cui un segnale luminoso, fornito dall’osservatore all’istante dell’osservazione raggiunge il punto dell’evento. L’intero intervallo temporale finito tra questi due istanti può considerarsi come il “tempo presente” per l’osservazione all’istante dell’osservazione. Qualsiasi evento realizzantesi tra i due tempi caratteristici può esser detto “simultaneo” all’atto dell’osservazione.

da Fisica e Filosofia, di Werner Heinseberg

1 comment August 16th, 2009

The Last Question (Asimov)

An afternoon started by reading an Asimov short story is always an interesting one.

Today I read (by chance) The Last Question, a story about a fictional computer, called Multivac, to which several men, in different stages of the human technological development, ask questions about the death of the Solar System, of the other stars and the rest of the Universe.

If you want, you can ask Multivac the same question, but I don’t think you’ll have an answer different from:

INSUFFICIENT DATA FOR MEANINGFUL ANSWER.

Add comment August 11th, 2009

Il perché delle cose… amorose (Barthes)

Un tentativo ed una risposta personali ad una delle domande più antiche dell’homo sapiens, pensata e pronunciata in un contesto affettivo/amoroso. Perché?. Che sia di buon pro al lettore.

PERCHÈ
Mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

1. Esiste per me un “valore superiore”: il mio amore. Io non dico mai: “A che pro?”. Non sono nichilista. Non mi chiedo qual è il fine. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei “perché”: ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami?. Come si può non amare questo io che l’amore rende perfetto (che dà tanto, che rende felice, ecc…)? Domanda la cui insistenza sopravvive all’avventura amorosa: “Perché non mi hai amato?”; o anche: “O, dimmi, dilettissimo amore del mio cuore, perché mi hai abbandonato? [O sprich, mein herzallerliebstes Lieb, warum verliessest du mich?]”

2. Ben presto (o contemporaneamente) la domanda non sarà più “perché non mi ami?”, ma: “perché non mi ami solo un po’?” Come fai ad amare un po’? Che cosa vuol dire amare “un po'”? Io vivo nel regime del troppo o del non abbastanza; avido come sono di coincidenza, tutto ciò che non è totale mi sembra parsimonioso; ciò che io cerco è occupare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità, e da cui sia bandito il bilancio.
O anche – dato che sono nominalista: perché non mi dici che mi ami?

3. La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero[1]. Ogni dolore mi è dato più dal tradimento che non dal dubbio: infatti, solo chi crede di essere amato può essere geloso, e solo chi ama può tradire: episodicamente, l’altro manca nei confronti della sua essenza, che è quella di amarmi; ecco l’origine della mia infelicità. Ma un delirio esiste soltanto se da esso ci si desta (i deliri sono retrospettivi): finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore non avrebbe potuto che esclamare: ma cos’è che vuole, in fin dei conti? (proprio come si dice di un bambino difficile).

[1] Freud: “Sia chiaro che la psicosi allucinatoria di desiderio […] non solo porta alla coscienza desideri occulti o rimossi, ma anche li presenta, in perfetta buona fede, come appagati” (Metapsicologia, 97)

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Add comment July 19th, 2009

La (non) scelta, le costrizioni sociali (Werther)

Ancora una volta, Werther ed il suo contributo all’indagine sul sistema umano.
Nell’ultimo incontro “sereno” (se così si può dire) con Lotte, spunti, da entrambi i personaggi, sulla libertà di scelta (o sulla sua assenza), sulla lungimiranza, sulla personalità e sulla propria visione del mondo e della vita.

“Anche lei,” disse Lotte celando il suo imbarazzo dietro un soave sorriso, “anche lei avrà il suo regalo se farà il bravo: una candelina e chissà che altro…” “E cosa intende dire se farò il bravo?” disse lui, “come devo fare, che cosa devo fare? cara Lotte!” “Giovedì sera,” disse lei, “è la vigilia di Natale, vengono i bambini, e anche mio padre, ognuno avrò il suo regalo, venga anche lei… ma non prima.” Werther rimase sbalordito. “La prego,” continuò lei, “faccia come le dico, la prego per la mia quiete, non può, non può andare avanti così!” fra i denti. Lotte, che sentiva in che stato spaventoso l’avessero ridotto queste parole, cercò con ogni sorta di domande di deviare i suoi pensieri, ma invano. “No, Lotte,” esclamò: “non la rivedrò più!” “Perché questo?” rispose lei. “Werther, lei può, lei deve rivederci, solo si moderi un po’. Oh, ma perché doveva nascere con questa violenza dentro, con questa passione incontenibile per tutto ciò che lei intraprende? La prego,” continuò prendendolo per mano, “si moderi. La sua intelligenza, la sua cultura, il suo talento, quante soddisfazioni potrebbe ricavarne! Sia uomo! Indirizzi altrove questo triste attaccamento per una persona che non può far altro che compatirla!” Lui digrignò i denti e la guardò con occhi cupi. Lo teneva sempre per la mano. “Solo un po’ di buon senso, Werther!” disse. “Non sente che si sta ingannando, che si sta rovinando di proposito? Perché io, poi, Werther? proprio io, proprietà di un altro? proprio ciò? Temo, eccome, che quello che rende così seducente questo desiderio sta solo nell’impossibilità di avermi.” Ritirò la mano da quella di lei, guardandola con occhi fissi e sdegnati. “Saggia,” esclamò, “molto saggia! È forse una delle osservazioni di Alberto? Accorta! molto accorta!” “Chiunque la può fare,” replicò lei. “Possibile che in tutto il mondo non ci sia una ragazza capace di esaudire i desideri del suo cuore? Si faccia forza, si guardi attorno, e le giuro che la troverà; da lungo tempo sono preoccupata, per lei e per noi, dell’isolamento in cui s’è chiuso negli ultimi tempi. Si faccia forza! Un viaggio la distrarrà. Cerchi, trovi un oggetto degno del suo amore, e poi ritorni qui a godersi insieme a noi il piacere di una vera amicizia.”
“Si potrebbe benissimo,” disse lui con un gelido sorriso, “far stampare queste parole e raccomandarle a tutti i precettori, Lotte cara! Mi lasci ancora un po’ di tempo, tutto andrà a posto!”

da I dolori del giovane Werther, romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe, nella traduzione di Aldo Busi.

Add comment June 15th, 2009

Il cattivo umore e la partecipazione, secondo Werther

Werther spiega la sua visione circa l’effetto che ha sugli altri una persona che ha “la luna di traverso” e perché la considererebbe alla stregua di un malato.

“Lei ha definito vizio il cattivo umore, mi sembra che sia esagerato”
“Niente affatto”, risposi, “esso merita questo nome quando nuoce a noi stessi e agli altri. Non è già abbastanza non riuscire a renderci felici, gli uni con gli altri, dobbiamo anche derubarci del piacere che ognuno di noi talvolta riesce a procurarsi? E mi dica chi è quell’individuo che ha la luna di traverso e che è malgrado tutto capace di nasconderla, di tenersela per sé, cioè, senza turbare ogni gioia attorno. O piuttosto non si tratta di un rancore represso per la nostra inferiorità, della consapevolezza della nostra pochezza sempre legata alla gelosia e aizzata da sciocca vanità? Vediamo persone felici e non siamo noi a farle felici, e questo ci è insopportabile.Lotte mi sorrise vedendo con quanto impeto parlavo, e una lacrima negli occhi di Federica mi spronò a proseguire. “Guai a coloro,” dissi, “che si servono del potere che hanno su qualcuno per derubarlo delle semplici gioie che spontaneamente vi germogliano. Tutti i regali, tutti i favori del mondo non potranno mai sostituire un attimo di gioia che ci è stato amareggiato dall’invidiosa inquietudine del nostro tiranno.”
Il mio cuore in quel momento era stracolmo; il ricordo di alcune cose passate presero a incalzare nella mia anima, e gli occhi mi si riempirono di lacrime.
“Bisognerebbe ripetersi ogni giorno,” esclamai, “che non si può fare niente per i nostri amici se non lasciare loro le loro gioie e moltiplicare la loro felicità condividendola con loro. Sei forse capace, quando la loro anima più intima è torturata da una passione angosciosa, di versarvi una goccia di conforto?
E quando l’estrema, tormentosa malattia si abbatterà sulla creatura che hai martoriato quando era nei suoi giorni fiorenti, ed ora eccola lì nello sfinimento più miserevole, l’occhio spento rivolto al cielo, il sudore della morte gocciolante sulla fronte pallida, e tu stai accanto al letto come un dannato, intimamente persuaso che sei impotente malgrado tutti i tuoi averi, e l’angoscia ti divora dentro… allora vorresti dare tutto pur di infondere una stilla di energia, una scintilla di coraggio in quella creatura morente.”
Il ricordo di una scena uguale, a cui ero stato presente, mi assalì con violenza bruta. Portai il fazzoletto agli occhi e abbandonai la compagnia, e solo la voce di Lotte che mi gridava che dovevamo partire mi richiamò a me stesso. Oh, come mi ha rimproverato strada facendo, per la viva partecipazione a tutto quel che mi capita, dicendomi che avrei finito per rovinarmi, che dovrei avere più riguardo per me. – Oh, angelo! È per te che vivrò.

da I dolori del giovane Werther, romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe; lettera del 1° luglio 1771, nella traduzione di Aldo Busi.

4 comments June 5th, 2009

Sull’assenza

Il lettore paziente ed interessato perdonerà l’impervietà delle frasi e farà proprie le riflessioni del seguente estratto.

1. Molti Lieder, molte melodie e canzoni sull’assenza amorosa. E tuttavia, questa figura classica, in Werther, non la si trova. La spiegazione è semplice: là, l’oggetto amato (Carlotta) non si muove; è il soggetto amoroso (Werther) che, a un certo punto, s’allontana. Orbene, l’unica assenza è quella dell’altro: è l’altro che parte, sono io che resto. L’altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto d’una stazione. L’assenza amorosa è possibile in un solo senso e non può essere espressa che da chi resta – e non da chi parte: io, sempre presente, non si costituisce che di fronte a te, continuamente assente. Esprimere l’assenza equivale a significare di colpo che il posto del soggetto e il posto dell’altro non possono essere permutati; è come dire: “Sono meno amato di quanto io ami”.

2. Storicamente, il discorso dell’assenza viene fatto dalla Donna: la Donna è sedentaria, l’Uomo è vagabondo, viaggiatore; la Donna è fedele (aspetta), l’uomo è cacciatore (cerca l’avventura, fa la corte). È la Donna che dà forma all’assenza, che ne elabora la finzione, poiché ha il tempo per farlo; essa tesse e canta; le Tessitrici, le Canzoni cantate al telaio esprimono al tempo stesso l’immobilità (attraverso il ronzio dell’Arcolaio) e l’assenza (in lontananza, ritmi di viaggio, onde marine, cavalcate). Ne consegue che in ogni uomo che esprime l’assenza dell’altro si manifesta l’elemento femminino: l’uomo che attende e che soffre è miracolosamente femminizzato. Un uomo è femminizzato non perché è invertito, ma perché è innamorato. (Mito e utopia: come l’origine è appartenuta, così anche l’avvenire apparterrà ai soggetti in cui vi è del femminino).

3. Talvolta mi succede di sopportare bene l’assenza. Io sono allora “normale”: sono in linea col modo in cui “tutti” sopportano la separazione da una “persona cara”; mi conformo con cognizione all’addestramento attraverso cui sono stato abituato assai per tempo ad essere separato da mia madre – ciò che tuttavia, in principio, non mancò di essere doloroso (per non dire sconvolgente). Agisco da soggetto ben svezzato: aspettando, so nutrirmi di altre cose che non siano solamente il seno materno.
Questa assenza ben sopportata non è altro che l’oblio. A intermittenza, io sono infedele. È la condizione per la mia sopravvivenza; poiché se io non dimenticassi, morirei. L’innamorato che non dimentica qualche volta, muore per eccesso, fatica e tensione di memoria (come Werther).
[…]

5. All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione, nasce una sorta di presente insostenibile; mi trovo incastrato fra due tempi: il tempo della referenza e il tempo dell’allocuzione: tu te ne sei andato (della qual cosa soffro), tu sei qui (giacché mi rivolgo a te). Io so allora che cos’è il presente, questo tempo difficile: un pezzo di angoscia pura.
L’assenza si protrae e bisogna che io la sopporti. Io devo perciò manipolarla: trasformare la distorsione del tempo in un movimento di va e vieni, produrre del ritmo, aprire la scena del linguaggio (il linguaggio nasce dall’assenza: il bambino si è fabbricato un rocchetto, lo lancia e lo riacchiappa, mimando la partenza e il ritorno della madre: un paradigma è stato creato). L’assenza diventa una pratica attiva, un affaccendamento (che m’impedisce di fare altro); ha luogo la creazione d’una finzione con ruoli multipli (dubbi, rinfacciamenti, desideri, malinconie). Questa messa in scena di linguaggio allontana la morte dell’altro: un brevissimo momento, si dice, separa il tempo in cui il bambino crede sua madre ancora assente da quello in cui la crede già morta. Manipolare l’assenza significa far durare questo momento, ritardare il più a lungo possibile l’istante in cui l’altro potrebbe, dall’assenza, piombare bruscamente nella morte.
[…]

7. Prendo posto in un caffè, da solo; gli amici vengono a salutarmi; mi sento al centro dell’attenzione, richiesto, lusingato. Ma l’altro è assente; lo convoco dentro di me affinché mi trattenga sul margine di questa compiacenza mondana, che mi spia. Faccio appello alla sua “verità” (la verità di cui egli mi dà la sensazione) per contrapporla all’isteria di seduzione in cui mi sento scivolare. Io rendo l’essenza dell’altro responsabile della mia mondanità: invoco la sua protezione, il suo ritorno; voglio che l’altro compaia, che, come una madre che viene a prendere il suo bambino, mi allontani dalla briosità mondana, dall’infatuazione sociale, che mi dia nuovamente “l’intimità religiosa, la gravità” del mondo amoroso.
(X… mi diceva che l’amore lo aveva protetto dalla mondanità: conventicole, ambizioni, promozioni, intrighi, alleanze, secessioni, ruoli, poteri: l’amore aveva fatto di lui un rifiuto sociale, ciò di cui egli si compiaceva).

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Add comment March 24th, 2009

Why undecidable problems must exist

[..] it is quite easy to see why almost all problems must be undecidable by any system that involves programming. Recall that a “problem” is really membership of a string in a language. The number of different languages over any alphabet of more than one symbol is not countable. That is, there is no way to assign integers to the languages such that every language has an integer, and every integer is assigned to one language.
On the other hand programs, being finite strings over a finite alphabet (typically a subset of the ASCII alphabet), are countable. That is, we can order them by length, and for programs of the same length, order them lexicographically. Thus, we can speak of the first program, the second program, and in general, the ith program for any integer i.
As a result, we know there are infinitely few programs than there are problems. If we picked a language at random, almost certainly it would be an undecidable problem. The only reason that most problems appear to be decidable is that we rarely are interested in random problems. Rather, we tend to look at fairly simple, well-structured problems, and indeed these are often decidable. However, even among the problems we are interested in and can state clearly and succinctly, we find many that are undecidable […]

from Introduction to Automata Theory, Languages, and Computation, by J. E. Hopcroft, R. Motwani, J. D. Ullman

Add comment March 8th, 2009

Suspension of disbelief

O, in italiano, sospensione dell’incredulità, del dubbio.
Teorizzata da Coleridge, è quella particolare volontà dell’uomo di rinunciare, volontariamente, al suo spirito critico, per poter godere di un’opera di fantasia, sia essa una rappresentazione teatrale, un romanzo, un fumetto, un film.
Non ci stupiamo che gli elfi della letteratura fantasy siano eccezionalmente agili e non critichiamo scene come quella dell’uccisione, da parte del solo Legolas, di un massiccio olifante delle terre del sud, con annesso equipaggio (per poi meritarsi una frase di stizza da Gimli). Non ci stupiamo che Superman possa volare, ma essere vulnerabile alla sola kryptonite (con delle divertenti eccezioni: ai curiosi suggerisco La fisica dei supereroi, di James Kakalios, acquistato ieri alla Fnac).

La fisica dei supereroi

La sospensione del dubbio avviene generalmente in modo automatico, non conscio, salvo essere prepotentemente riportata visibile quando ci meravigliamo delle eccessive pretese di alcune azioni o scene. Non avete mai esclamato “non è possibile, incredibile, esagerato” davanti ai sempre più barocchi effetti speciali dei film d’azione di recente produzione? E, tornando in topic, se di automatismo si tratta, perché non è altrettanto “automatico” cercare di applicare la temporanea sospensione dello spirito critico alla (cosiddetta) realtà?
Beninteso, non auspico il sonno della ragione.
Il sonno della ragione genera mostri

Piuttosto, mi interrogo sulla possibilità dello spirito critico di entrare, volontariamente (non potrò mai sottolineare abbastanza questo avverbio), in modalità basso consumo, standby e riattivarsi solo allo scatenarsi di un dato evento, o dopo una predeterminata quantità di tempo.
E indago tuttora.

1 comment February 22nd, 2009

Next Posts


Rate:  

Calendar

September 2019
M T W T F S S
« Feb    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Badges

Posts by Month

Posts by Category

What's played in the cave