Il perché delle cose… amorose (Barthes)

July 19th, 2009 at 08:54am dark

Un tentativo ed una risposta personali ad una delle domande più antiche dell’homo sapiens, pensata e pronunciata in un contesto affettivo/amoroso. Perché?. Che sia di buon pro al lettore.

PERCHÈ
Mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

1. Esiste per me un “valore superiore”: il mio amore. Io non dico mai: “A che pro?”. Non sono nichilista. Non mi chiedo qual è il fine. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei “perché”: ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami?. Come si può non amare questo io che l’amore rende perfetto (che dà tanto, che rende felice, ecc…)? Domanda la cui insistenza sopravvive all’avventura amorosa: “Perché non mi hai amato?”; o anche: “O, dimmi, dilettissimo amore del mio cuore, perché mi hai abbandonato? [O sprich, mein herzallerliebstes Lieb, warum verliessest du mich?]”

2. Ben presto (o contemporaneamente) la domanda non sarà più “perché non mi ami?”, ma: “perché non mi ami solo un po’?” Come fai ad amare un po’? Che cosa vuol dire amare “un po’”? Io vivo nel regime del troppo o del non abbastanza; avido come sono di coincidenza, tutto ciò che non è totale mi sembra parsimonioso; ciò che io cerco è occupare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità, e da cui sia bandito il bilancio.
O anche – dato che sono nominalista: perché non mi dici che mi ami?

3. La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero[1]. Ogni dolore mi è dato più dal tradimento che non dal dubbio: infatti, solo chi crede di essere amato può essere geloso, e solo chi ama può tradire: episodicamente, l’altro manca nei confronti della sua essenza, che è quella di amarmi; ecco l’origine della mia infelicità. Ma un delirio esiste soltanto se da esso ci si desta (i deliri sono retrospettivi): finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore non avrebbe potuto che esclamare: ma cos’è che vuole, in fin dei conti? (proprio come si dice di un bambino difficile).

[1] Freud: “Sia chiaro che la psicosi allucinatoria di desiderio [...] non solo porta alla coscienza desideri occulti o rimossi, ma anche li presenta, in perfetta buona fede, come appagati” (Metapsicologia, 97)

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

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