Archive for July, 2009

Emacs 23.1, bitches!

The first official 23.* version of the popular text editor Emacs has been released. Well, “text editor” is almost a reduction of functionality, as Emacs has thousands of commands to accomplish the most unthinkable tasks.

Emacs 23.1

From the official announcement:

Here are some new features of Emacs 23.

– Improved Unicode support (the internal character representation is now based on UTF-8).

– Font rendering with Fontconfig and Xft.

– Support for using X displays and text terminals in one session, and for running as a daemon.

– Shift-selection.

– Smarter minibuffer completion.

– Per-buffer text scaling.

– Directory-local variables.

– New packages for:
* viewing PDF and postscript files (Doc view mode)
* connecting to processes via D-Bus (dbus)
* using the GNU Privacy Guard (EasyPG)
* displaying line numbers in the fringe (Linum mode)
* editing XML documents with on-the-fly validation (nXML mode)
* editing Ruby programs (Ruby mode)
* display-based word wrapping (Visual Line mode)

3 comments July 31st, 2009

When stupidity overcomes innovation

No innovation really reaches its goal if it must cope with an overcoming stupidity. Let me rephrase: stupiditas vincit omnia.

I’m not saying that because of a prejudice or whatever, but simply by observation. It’s 3 days now that I’m accommodated in a hotel in the Lingotto center, in Turin. The place is comfortable and the food is good; I do have to attend some pointless lessons but, never mind, there’s free Internet so… whoa! Back to the topic, the hotel is on the 4th floor and the Aula Magna is on the ground floor of the building. To complete the description, on the 1st floor there is a (huge) shopping center, while on the 2nd and 3rd ones there is some dental care association, or sort of.

There are four elevators serving this part of the building, but two of them are out of order. It wouldn’t be much of a problem if, gosh, people could actually use them. Given that there are no stairs nearby (… sort of), every time that I wish to move between the hotel and the lectures room I have to use the elevators. Every time I use them, I swear, the elevator stops at all the floors, even if there is no one waiting for it!

The mystery is solved quickly. While the users at ground and 4th floor (that, incidentally, is the last one) have no other choice than simply calling the elevator by pressing the proper button, the customers on the intermediate ones, driven mad by the two non-working lifts, press both the button to request an elevator that goes up and the one for elevators going down. Therefore, they nullify the improved algorithm (called Elevator algorithm on purpose) that privileges the users going in the same direction, also causing additional delay to the other customers because of the useless stops! If only they could think to what they’re doing, understand the instructions and read the signals!

Yeah, this is a rant, and so it should (and will) remain.

Add comment July 29th, 2009

Il bicchiere dell’addio… al Galliari

Dopo anni di onorato servizio, la sede Valentino del Collegio Einaudi (di seguito chiamata “Galliari“, come il nome della via in cui sorge… a rendere il tutto più informale) si concede un anno di meritato riposo per rinascere, come araba fenice, dalle ceneri della ristrutturazione. Certo, architetti visionari permettendo, ma non è il momento per discussioni di questo genere.

Se volessimo trarre un insegnamento (come tento di fare da ogni cosa che mi succede) da questi ultimi giorni di affrettati traslochi, auguri di presto arrivederci e progetti per il futuro, quale sarebbe? Mah, forse che la vita non va sempre come ce la aspettiamo e programmiamo; che, nonostante i nostri sforzi, l’imprevisto sarà perennemente dietro l’angolo; che la vita in comunità è difficile, sia su grandi scale (nazionali, ad esempio), sia nei piccoli territori (come il Galliari, appunto). Ma nella colonna dell’avere (i ragionieri non me ne vogliano 🙂 ) ci sono altrettante voci positive: nuove conoscenze, nuovi amici (o più, a seconda dei casi), ma anche nuovi orizzonti, nuovi modi di pensare, di esprimersi e di condividere, nuovi modi di stare bene insieme. No, questi tratti positivi non si trovano ovunque; nello specifico, credo che la posizione del Galliari nella città di Torino (non particolarmente vicino ad alcuna sede universitaria, bensì al limitare del quartiere di San Salvario), unito al nostro modo di vivere e viverci, abbia spostato la bilancia verso il piatto del guadagno (perdonatemi la metafora economica).

Dunque, grazie delle serate, della mangiate, delle giocate, delle porcate e delle stronzate; ma (anche perché ho finito le rime) grazie soprattutto di esserci stati, chi più e chi meno. Beh, come sempre nella vita, d’altronde. Dunque, solleviamo il bicchiere dell’addio e brindiamo al nostro passato e presente, lasciando per qualche ora il futuro lì dove deve stare.

Ho un vecchio amico che sta per partire e stanotte ritorna via.
È il momento dei baci, dei saluti ed abbracci e gli auguri di buona fortuna:
niente lacrime prego, che c’è altro da fare e stasera non piange nessuno.
Io mi ungo la gola e preparo il bicchiere in onore del vecchio Bob.

C’è una festa ragazzi e qui si va giù pesi
è la festa più grande che ci sia
c’è chi beve e chi zompa, c’è chi canta e chi si tronca,
c’è chi è allegro e chi si butta via
e le ragazze in gran tiro ubriache come matte,
con i guanti e con il vestito rosso,
le zitelle e le spose, le chiattone e le sciantose
fanno a gara a ballare con il mostro.

C’è un amico che parte e questa è l’occasione
prenderemo la ciucca ma cantando una canzone!

Fare thee well, fare thee well,
fare thee well boys ’cause I’m going away
fare thee well to the Ramblers
who’ve been drinking with me.
and to the girls who’ve been looking after me.

Fare thee well, fare thee well,
un bicchiere solo e ce ne andremo via
salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio.

I came on Alitalia in the middle of the night
I got stocious drinking free booze on the plane
I was drunk in immigration
When they tried to search my bags
for the drugs already swallowed on the way.
I was drunk again in Florence,
Reggio Emilia I was pissed
I was flutered, plastered, legless when in Rome
and I can’t remember Italy,
the Ramblers or the girls
and I can’t remember how I’m getting home.
But my nose has gotten redder,
so I must have seen the sun
and my dick is fucking sore,
so I must have had some fun.

Fare thee well, fare thee well,
fare thee well boys ’cause I’m going away
fare thee well to the Ramblers
who’ve been drinking with me.
and to the girls who’ve been looking after me.

Fare thee well, fare thee well,
un bicchiere solo e ce ne andremo via
salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio.

È il momento dei balli e la caccia si fa dura
all’Ermella alla Manu e all’Antonietta.
C’è chi punta la Claudia, e chi tocca la Simo
chi importuna la Milla e la Cosetta.
Mister Geldof è steso e sta cantando dietro al bar
si esibisce con in mano un cavatappi
Na Na Na Na Na Na …
I don’t mind at all.

C’è un amico che parte e questa è l’occasione
e vogliamo salutarlo cantando una canzone

Fare thee well, fare thee well,
fare thee well boys ’cause I’m going away
fare the well to the Ramblers
who’ve been drinking with me.
and to the girls who’ve been looking after me.

Fare thee well, fare thee well,
un bicchiere solo e ce ne andremo via
salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio.

Salutiamo gli amici, il vecchio Bob e le ragazze
sollevando il bicchiere dell’addio

(niente video dei MCR se sei su Facebook, non riesco ad inserirlo… segui il link al blog 😉 )

3 comments July 22nd, 2009

Il perché delle cose… amorose (Barthes)

Un tentativo ed una risposta personali ad una delle domande più antiche dell’homo sapiens, pensata e pronunciata in un contesto affettivo/amoroso. Perché?. Che sia di buon pro al lettore.

PERCHÈ
Mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

1. Esiste per me un “valore superiore”: il mio amore. Io non dico mai: “A che pro?”. Non sono nichilista. Non mi chiedo qual è il fine. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei “perché”: ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami?. Come si può non amare questo io che l’amore rende perfetto (che dà tanto, che rende felice, ecc…)? Domanda la cui insistenza sopravvive all’avventura amorosa: “Perché non mi hai amato?”; o anche: “O, dimmi, dilettissimo amore del mio cuore, perché mi hai abbandonato? [O sprich, mein herzallerliebstes Lieb, warum verliessest du mich?]”

2. Ben presto (o contemporaneamente) la domanda non sarà più “perché non mi ami?”, ma: “perché non mi ami solo un po’?” Come fai ad amare un po’? Che cosa vuol dire amare “un po'”? Io vivo nel regime del troppo o del non abbastanza; avido come sono di coincidenza, tutto ciò che non è totale mi sembra parsimonioso; ciò che io cerco è occupare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità, e da cui sia bandito il bilancio.
O anche – dato che sono nominalista: perché non mi dici che mi ami?

3. La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero[1]. Ogni dolore mi è dato più dal tradimento che non dal dubbio: infatti, solo chi crede di essere amato può essere geloso, e solo chi ama può tradire: episodicamente, l’altro manca nei confronti della sua essenza, che è quella di amarmi; ecco l’origine della mia infelicità. Ma un delirio esiste soltanto se da esso ci si desta (i deliri sono retrospettivi): finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore non avrebbe potuto che esclamare: ma cos’è che vuole, in fin dei conti? (proprio come si dice di un bambino difficile).

[1] Freud: “Sia chiaro che la psicosi allucinatoria di desiderio […] non solo porta alla coscienza desideri occulti o rimossi, ma anche li presenta, in perfetta buona fede, come appagati” (Metapsicologia, 97)

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Add comment July 19th, 2009

Sorrow (Pink Floyd)

Sorrow, by Pink Floyd. Turn on the volume and relax: let the music flow and enjoy the stunning visual effects of the Pulse tour.


(…even if music breaks suddenly at the end 🙁 )

The sweet smell of a great sorrow lies over the land
Plumes of smoke rise and merge into the leaden sky
A man lies and dreams of green fields and rivers
But awakes to a morning with no reason for waking

He’s haunted by the memory of a lost paradise
In his youth or a dream, he can’t be precise
He’s chained forever to a world that’s departed
It’s not enough, it’s not enough

His blood has frozen and curdled with fright
His knees have trembled and given way in the night
His hand has weakened at the moment of truth
His step has faltered

One world, one soul
Time pass, the river rolls

And he talks to the river of lost love and dedication
And silent replies that swirl invitation
Flow dark and troubled to an oily sea
A grim intimation of what is to be

There’s an unceasing wind that blows through this night
And there’s dust in my eyes that blinds my sight
And silence that speaks so much louder that words
Of promises broken

Add comment July 9th, 2009


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