Archive for March, 2009

The Big Bang Theory

So, tonight [note: actually, yesterday night, before the little router accident that cut the whole dormitory out of the Internet] my personal marathon about the 1st series of The Big Bang Theory is over. A pretty enjoyable show, I must admit, given the random scientific/fantasy citations thrown in, but the story itself is not that exciting. I mean, it’s a long road over chatting about nerds and their social ineptitude, but, after the good impression at the beginning, the plot remains where it’s at, with no actual improvement.
Nevertheless, as I’ve said before, a great deal with the show is made by the random scenes in which Sheldon (one of the main characters, surely my favorite one) expresses his views and knowledge about the world.


The Big Bang Theory
(from left to right: Sheldon, Howard and Penny)

As an example, this a brief quote from episode 16 (called The Peanut Reaction) regarding Sheldon’s views on birthday gifts and (more in general) social conventions:

Penny – Sheldon, I didn’t see your present.
Sheldon – That’s because I didn’t bring one.
P – Why not?
Howard – Don’t ask.
S – The entire institution of gift-giving makes no sense.
H – Too late.
S – Let’s say I go out and I spend $50 on you.
It’s a laborious activity because I have to imagine what you need,
whereas you know what you need.
Now, I could simplify things…
just give you the $50 directly, and then you could give me $50
on my birthday, and so on, until one of us dies,
leaving the other one old and $50 richer.
And I ask you, is it worth it?
H – Told you not to ask.
P – Sheldon, you’re his friend. Friends give each other presents.
S – I accept your premise; I reject your conclusion.
H – Try telling him it’s a non-optional social convention.
P – What?
H – Just do it.
P – It’s a non-optional… social convention.
S – Oh. Fair enough.
H – He came with a manual.

2 comments March 29th, 2009

D&D, bards and motivational posters

A small (de)motivational poster I composed with some material I picked up in Bardonecchia, last week.

Bards motivational poster

2 comments March 25th, 2009

Sull’assenza

Il lettore paziente ed interessato perdonerà l’impervietà delle frasi e farà proprie le riflessioni del seguente estratto.

1. Molti Lieder, molte melodie e canzoni sull’assenza amorosa. E tuttavia, questa figura classica, in Werther, non la si trova. La spiegazione è semplice: là, l’oggetto amato (Carlotta) non si muove; è il soggetto amoroso (Werther) che, a un certo punto, s’allontana. Orbene, l’unica assenza è quella dell’altro: è l’altro che parte, sono io che resto. L’altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto d’una stazione. L’assenza amorosa è possibile in un solo senso e non può essere espressa che da chi resta – e non da chi parte: io, sempre presente, non si costituisce che di fronte a te, continuamente assente. Esprimere l’assenza equivale a significare di colpo che il posto del soggetto e il posto dell’altro non possono essere permutati; è come dire: “Sono meno amato di quanto io ami”.

2. Storicamente, il discorso dell’assenza viene fatto dalla Donna: la Donna è sedentaria, l’Uomo è vagabondo, viaggiatore; la Donna è fedele (aspetta), l’uomo è cacciatore (cerca l’avventura, fa la corte). È la Donna che dà forma all’assenza, che ne elabora la finzione, poiché ha il tempo per farlo; essa tesse e canta; le Tessitrici, le Canzoni cantate al telaio esprimono al tempo stesso l’immobilità (attraverso il ronzio dell’Arcolaio) e l’assenza (in lontananza, ritmi di viaggio, onde marine, cavalcate). Ne consegue che in ogni uomo che esprime l’assenza dell’altro si manifesta l’elemento femminino: l’uomo che attende e che soffre è miracolosamente femminizzato. Un uomo è femminizzato non perché è invertito, ma perché è innamorato. (Mito e utopia: come l’origine è appartenuta, così anche l’avvenire apparterrà ai soggetti in cui vi è del femminino).

3. Talvolta mi succede di sopportare bene l’assenza. Io sono allora “normale”: sono in linea col modo in cui “tutti” sopportano la separazione da una “persona cara”; mi conformo con cognizione all’addestramento attraverso cui sono stato abituato assai per tempo ad essere separato da mia madre – ciò che tuttavia, in principio, non mancò di essere doloroso (per non dire sconvolgente). Agisco da soggetto ben svezzato: aspettando, so nutrirmi di altre cose che non siano solamente il seno materno.
Questa assenza ben sopportata non è altro che l’oblio. A intermittenza, io sono infedele. È la condizione per la mia sopravvivenza; poiché se io non dimenticassi, morirei. L’innamorato che non dimentica qualche volta, muore per eccesso, fatica e tensione di memoria (come Werther).
[…]

5. All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione, nasce una sorta di presente insostenibile; mi trovo incastrato fra due tempi: il tempo della referenza e il tempo dell’allocuzione: tu te ne sei andato (della qual cosa soffro), tu sei qui (giacché mi rivolgo a te). Io so allora che cos’è il presente, questo tempo difficile: un pezzo di angoscia pura.
L’assenza si protrae e bisogna che io la sopporti. Io devo perciò manipolarla: trasformare la distorsione del tempo in un movimento di va e vieni, produrre del ritmo, aprire la scena del linguaggio (il linguaggio nasce dall’assenza: il bambino si è fabbricato un rocchetto, lo lancia e lo riacchiappa, mimando la partenza e il ritorno della madre: un paradigma è stato creato). L’assenza diventa una pratica attiva, un affaccendamento (che m’impedisce di fare altro); ha luogo la creazione d’una finzione con ruoli multipli (dubbi, rinfacciamenti, desideri, malinconie). Questa messa in scena di linguaggio allontana la morte dell’altro: un brevissimo momento, si dice, separa il tempo in cui il bambino crede sua madre ancora assente da quello in cui la crede già morta. Manipolare l’assenza significa far durare questo momento, ritardare il più a lungo possibile l’istante in cui l’altro potrebbe, dall’assenza, piombare bruscamente nella morte.
[…]

7. Prendo posto in un caffè, da solo; gli amici vengono a salutarmi; mi sento al centro dell’attenzione, richiesto, lusingato. Ma l’altro è assente; lo convoco dentro di me affinché mi trattenga sul margine di questa compiacenza mondana, che mi spia. Faccio appello alla sua “verità” (la verità di cui egli mi dà la sensazione) per contrapporla all’isteria di seduzione in cui mi sento scivolare. Io rendo l’essenza dell’altro responsabile della mia mondanità: invoco la sua protezione, il suo ritorno; voglio che l’altro compaia, che, come una madre che viene a prendere il suo bambino, mi allontani dalla briosità mondana, dall’infatuazione sociale, che mi dia nuovamente “l’intimità religiosa, la gravità” del mondo amoroso.
(X… mi diceva che l’amore lo aveva protetto dalla mondanità: conventicole, ambizioni, promozioni, intrighi, alleanze, secessioni, ruoli, poteri: l’amore aveva fatto di lui un rifiuto sociale, ciò di cui egli si compiaceva).

da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

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The derivative of mood w.r.t. time

dm_dt

Differentiation, for fun and profit

2 comments March 10th, 2009

Why undecidable problems must exist

[..] it is quite easy to see why almost all problems must be undecidable by any system that involves programming. Recall that a “problem” is really membership of a string in a language. The number of different languages over any alphabet of more than one symbol is not countable. That is, there is no way to assign integers to the languages such that every language has an integer, and every integer is assigned to one language.
On the other hand programs, being finite strings over a finite alphabet (typically a subset of the ASCII alphabet), are countable. That is, we can order them by length, and for programs of the same length, order them lexicographically. Thus, we can speak of the first program, the second program, and in general, the ith program for any integer i.
As a result, we know there are infinitely few programs than there are problems. If we picked a language at random, almost certainly it would be an undecidable problem. The only reason that most problems appear to be decidable is that we rarely are interested in random problems. Rather, we tend to look at fairly simple, well-structured problems, and indeed these are often decidable. However, even among the problems we are interested in and can state clearly and succinctly, we find many that are undecidable […]

from Introduction to Automata Theory, Languages, and Computation, by J. E. Hopcroft, R. Motwani, J. D. Ullman

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