Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 7: il sacrificio

January 20th, 2009 at 03:20am dark

Premessa: sono entrato in un gruppo di studio che si prefigge lo scopo di indagare i rapporti umani, nella loro complessa interazione chiamata società, e che mira a migliorare la comprensione di se stessi.

Il sacrificio è una componente importante di queste interazioni interpersonali: esistono individui che decidono di rinunciare ad una parte di se stessi per darla all’altro. Che il ricevente debba rispettare dei canoni stringenti, oppure sia un generico “prossimo”, a questo livello d’analisi non importa. Quello che invece è fondamentale è (cercare di) capire perché il sacrificio sia, per loro, sensato; credo di avere abbastanza esperienza per comprenderlo.

Nell’ultima seduta del gruppo di studio menzionato precedentemente s’è dedotto che ogni essere umano lavora incessantemente per la propria felicità, anche quando non risulta immediatamente ovvio dalle sue azioni. Questo tratto sembra essere simile a quello del resto del regno animale, ma ci sono alcuni aspetti non immediatamente chiari. In particolare, sembrerebbe che alcune azioni umane non siano dettate dalla necessità di aumentare la propria felicità, quanto, piuttosto, dalla disinteressata solidarietà con il prossimo o, peggio (nel senso del mio ragionamento), da un più o meno accentuato danneggiamento di sé in nome del bene comune. Balle. Quando non esistono religioni, morali o simili oppiacei (arriverò a breve sull’argomento), che promettono un ritorno futuro in luogo di un ingente investimento attuale, ogni uomo, si diceva, lavora per la propria felicità.
Esempi in ordine sparso.

  • Disinteressato aiuto degli indigenti? Piuttosto direi realizzazione di un proprio desiderio di dare.
  • Attenzioni molto particolari per una persona, famiglia o comunità? Preferisco chiamarla osservazione dell’altrui benessere e godimento del ritorno d’investimento.
  • Un “eroe” che (ammesso che ne abbia coscienza) si sacrifica in nome di un ideale, o per la patria, o per qualsiasi altro motivo simile, pur ponendosi al servizio dell’altro, lo fa per guadagnare un ritorno in fama o in ricchezza. E quando lo fa per l’altrui benessere, in realtà soddisfa la sua voglia, descritta nel punto precedente, di godere egli stesso del riflesso di felicità che la comunità guadagna.
  • Persino il masochista gode del proprio dolore: non in quanto tale, ma in quanto causa diretta del suo piacere.

Dunque il sacrificio (e la sofferenza da essa derivante, che decantai nel passato, o perlomeno la diminuzione di felicità, oppure il ridimensionamento del benessere atteso) trova giustificazione nell’indiretta felicità che la persona sacrificatasi guadagna. E questo è del tutto sensato, in quanto pur sempre di aumento di benessere di tratta. Il problema insorge quando il sacrificio è speso gratuitamente, senza ritorno. Anche se non siete convinti di questa mia ultima osservazione, please, bear with me for a moment.

Di problema si tratta, invero, in almeno tre situazioni, elencate per crescente gravità:

  1. L’individuo sta lavorando effettivamente per la propria felicità, ma non ne è consapevole. Accade spesso che questo tipo di persone non sappia (o non voglia sapere) dell’effettiva causa del suo sacrificio. Questa debolezza le espone allo sfruttamento altrui (no, mia cara, non credo all’innata bontà del singolo) e rischia di farle piombare nella terza categoria.
  2. La persona che si sacrifica è cosciente della situazione, ma mente a se stesso e agli altri, nascondendo le sue azioni dietro una disinteressata solidarietà. Questa situazione è più grave della precedente, perché l’individuo in questione rischia egli stesso di perdere il contatto con la realtà e di ricadere nella terza categoria; o, peggio, di spingere nel vortice, implicitamente o esplicitamente, altri uomini, che potrebbero anche non essere avvezzi ad essere felici dell’altrui benessere, illudendoli che il mancato ritorno di gioia sia “normale” e, pertanto, rischiando di ridurre il loro pensiero critico. Inoltre questi ultimi, di riflesso, rischiano di essere vittime dell’ultimo tipo di sottoproblema.
  3. Il peggior caso accade quando una persona si sacrifica, non avendo giovamento, ma, anzi, risultandone danneggiata dall’impegno. Che sia vittima di spietati sfruttatori, che sia caduta nella rete del sacrificio per altrui macchinazione o errore di valutazione, o se semplicemente la sua indole non la porta a stare bene per l’altrui felicità, il risultato è lo stesso: diminuzione di benessere. Ed anche se il bilancio netto è in vantaggio perché (magari) il benessere guadagnato dall’altro è maggiore del danno subito, il precedente espone ad ulteriori, futuri, possibili casi di sfruttamento, ma sicuramente, nell’immediato, provoca una destabilizzazione della psiche della persona, che non tutti gli esseri umani sono pronti a sopportare.

Come si inserisce la mia critica alla religione? Girovagando tra i messaggi linkati a vari interventi di un amico (… filosofo? La mia memoria fallisce esattamente quando non dovrebbe), trovavo in rete alcune parole di Friedrich Nietzsche sull’argomento. Nel seguente estratto il filosofo tedesco si scaglia contro il Dio (cristiano, ma anche platonico) della trascendenza e della glorificazione della sofferenza, contrapponendogli il modello dionisiaco della natura e della gioia di vivere.

Qui io pongo il Dioniso dei Greci: l’affermazione religiosa della vita, della vita intera, non negata né dimezzata; che l’atto sessuale susciti pensieri di profondità, di mistero, di rispetto, è tipico. Dioniso contro il Crocifisso: eccovi il contrasto. Non è una differenza nel martirio: piuttosto, il martirio ha un altro senso.

La sofferenza del sacrificio, sostengo, ha senso di esistere, ma solo se compresa. Nietzsche prosegue:

In un caso [il modello dionisiaco], la vita stessa, la sua eterna fecondità e il suo ritornare determina il tormento, la distruzione, la volontà di annientamento… Nell’altro [il dio cristiano], la sofferenza, il Crocifisso come innocente, è un’obiezione contro questa vita, è la formula della sua condanna.

La spiegazione è immediata:

Il problema è quello del senso della sofferenza: o un senso cristiano o un senso tragico. Nel primo caso la sofferenza è la via che conduce ad un’esistenza beata; nel secondo, si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa. L’uomo tragico approva anche la sofferenza più aspra: è abbastanza forte, ricco, divinizzatore per farlo; il cristiano dice di no anche alla sorte più felice che ci sia sulla terra: ed è abbastanza debole, povero, diseredato per soffrire della vita in ogni sua forma…

Sottolineo la frase chiave che mi ha spinto a citare Nietzsche: nel modello dionisiaco si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa. Ripeto, una sofferenza mostruosa, accettata solo perché il ritorno in benessere è adeguato. E non semplicemente perché è mortificanda vita.

La conclusione è quindi ovvia:

Il Dio in croce è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene – Dioniso fatto a pezzi è una promessa di vita; la vita rinasce in eterno e ritornerà in patria, tornerà alla distruzione.

Qui mi ricollego a quanto dicevo numerose righe fa: sacrificarsi in nome di un futuro ritorno, così lontano da travalicare i confini della vita è un’assurdità, una maledizione, un insulto alla vita che l’umanità, piuttosto, dovrebbe cercare di cancellare e seppellire. L’amore che, invece, ti spinge a viaggiare e soffrire per ore per godere di un (relativamente) breve scorcio di benessere è la dimostrazione del benessere che ritorna benessere, che mette in moto il ciclo di rinnovamento della natura, dove morte rigenera vita.

Ringraziamenti: a Francesco e Ju per gli (involontari) spunti, ma soprattutto ad un’anonima collaboratrice per aver iniziato il discorso.
Nota a piè di pagina: la premessa è una bufala. In parte.

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4 Comments Add your own

  • 1. vito  |  January 20th, 2009 at 13:19:19

    ciao, marco
    mi permetto di scrivere alcune cose
    primo: questo fantomatico gruppo di studio, puoi dare maggiori informazioni? mi interessa molto e forse si avvicina a qualcosa che cerco
    poi, vorrei dissentire su qualcosa (così per sport :-p), ché sulle cose su cui sono d’accordo con te o quelle non sufficientemente comprese non ho voglia di scrivere.
    voglio confutare (ma non risucirò a spiegarmi bene) ciò che sembra evidente e naturale, e cioè che ogni essere umano lavora per la propria felicità. ebbene nei miei trip mentali sono arrivato anche a dubitare di questo.
    Fermo restando che su questi temi le sfumature sono talmente piccole da rischiare di essere impercettibili, mi sembra di poter dire che tu conferisci alla felicità un valore particolare. essa è il fine delle nostre azioni, eccetera.
    (a parte che parlare di fine sembra quasi impossibile)
    ritengo che a volte la stessa felicità sia subordinata a qualcos’altro, o perlomeno esiste un’interpretazione valida in cui ciò accade.
    cerco di spiegarmi: con un’interpretazione più “sociologica”, la felicità dei singoli individui passa secondo me in second’ordine. Succede che, inconsciamente o consciamente appena, il singolo possa fare azioni che portano alla sua infelicità, per via delle dinamiche di gruppo. Anzi; azioni “mirate” alla sua infelicità. Non ne so abbastanza, ma in un gruppo si formano dei ruoli, e tra questi ruoli ci può essere anche quello dell’infelice. Ecco, non so come spigerami meglio, purtroppo. Essere più o meno felici non avrebbe, in quest’interpretazione, uno statuto molto diverso dall’essere più o meno coraggiosi, più o meno rispettosi, più o meno conviviali, più o meno propositivi, più o meno sdrammatizzanti e via dicendo.
    Certo, si potrebbe dire che in realtà in questa maniera è il gruppo che sta perseguendo la sua felicità. Ma si potrebbe ampliare ancora di più il punto di vista eccetera.
    Oppure (altro argomento) i nostri comportamenti, specie in situazioni complicate come l’amore eccetera, possono non avere come fine ultimo la nostra felicità: insomma a noi stessi forse non gliene frega granché della nostra felicità, e il sacrificio, a livello inconscio, può non essere sempre finalizzato a una felicità.
    Tutto ciò comunque riviene sulla definizione di felicità, dell’io, eccetera…domande a cui secondo me solo uno studio (mooolto avanzato) del cervello e, perché no, della fisica fondamentale, potrebbe fornire una risposta soddisfacente. Di sicuro più di questo mio intervento incomprensibile 😉
    faccio un tentativo estremo di spiegarmi, con questa metafora che in realtà non c’entra nulla ma vuole solo dare una sensazione di quello che voglio dire
    in una partita di calcio, il fine delle due squadre qual è? vincere. ma forse, per alcuni giocatori, il fine potrebbe essere quello di fare più goal per guadagnare più soldi. oppure il fine potrebbe essere quello di dare prestigio alla società e ai suoi padroni. oppure il fine, per i giocatori, di divertirsi giocando a pallone, oppure il fine per il pubblico di andare a vedere la partita. oppure il fine sociologico dei “circensem”. o, da un punto di vista materialista, il fine di far superare quella linea bianca a quella cosa tonda. insomma, innumerevoli punti di vista a seconda di dove poniamo il nostro io. Così la risposta più scontata (vincere) risente di un condizionalmento nel punto di vista in cui ci siamo collocati.
    Forse la storia non mi dà ragione, ma potrebbe anche essere che il punto di vista di “perseguire la propria felicità” sia un “a priori bias” del consumismo e dell’individualismo di questa società.
    E ora la smetto con le cazzate e vado a mangiare.


  • 2. dark  |  January 20th, 2009 at 14:15:36

    Vito, sei sempre il benvenuto qui…
    Il gruppo di studio è molto esclusivo, quindi non saprei dirti come entrarci… No, ovviamente scherzo 🙂 L’espressione “gruppo di studio”, in realtà, non si riferisce a nulla di concreto, ma piuttosto è un tributo ad un particolare rapporto interpersonale che, in un’occasione, ho avuto modo di prendere in giro chiamando così 🙂
    Ma passiamo al resto.
    Innanzitutto io definisco come felicità (ma questa espressione è assolutamente non condivisibile, o migliorabile, o quant’altro: è solo per cercare di intenderci) uno stato di benessere psicofisico di variabile durata, caratterizzato tendenzialmente da sensazioni piacevoli. Potrei anche definirla come “si, ma hai capito, ciò che provi quando stai bene” (e mi avvicinerei molto di più al lettore), ma ho voluto usare la mia solita espressività convoluta 🙂 Volendo, si potrebbe (e, potendo, si dovrebbe) spendere ingenti quantità di tempo per studiare, come dici tu, i concetti di felicità, io, eccetera… ma, ovviamente, è proprio il tempo (in generale, nella vita) a mancare.
    Il punto fondamentale della seconda metà del mio discorso è che ogni essere umano persegue in ogni momento la propria felicità e, quando non accade, bisogna che l’individuo ne sia cosciente e si preoccupi (come nel caso di un sacrificio senza ritorno).
    Tu fai riferimento alle meccaniche di società, sulla cui descrizione devo darti ragione. Ma, a mio parere (tutto ciò che dico è “a mio parere”, ma evito di ripeterlo per brevità 🙂 ), un individuo che accetti di ricoprire il ruolo dell’infelice lo fa (nel suo caso) per essere accettato nel gruppo/società, dunque per soddisfare il suo bisogno di accettazione, di comprensione o quant’altro, dunque, come volevo dimostrare, per se stesso e la sua felicità. È indubbio che i singoli “fini” dei singoli individui non siano necessariamente in sintonia, o concordi, o magari neanche lontanamente palesi e che la cosa che possiamo (generalmente) discernere più facilmente è il nostro punto di vista; ma, e qui mi ricollego alla tua conclusione e concludo anch’io, tenderei ad ipotizzare che questa ricerca costante di benessere e felicità (pur avendo certamente dei tratti legati al consumismo, adeguatamente sfruttati da chi detiene le redini del gioco) esista a priori, sia insita in noi, figli della Terra, fin dalla nostra nascita, sia come individuo, sia come specie. E dovremmo tenerlo a mente.


  • 3. Arkham  |  January 20th, 2009 at 18:46:26

    1) Il masochista cerca il piacere nel dolore o il dolore nel piacere?

    2) “Voi siete ora in collera con me perché io insegno che non esiste la ricompensa e il tesoriere? E, in realtà, io non insegno neanche che la virtù è ricompensa a se stessa.
    Ahimè, questa è la mia afflizione: nel fondo delle cose è stata immaginata una pena e una ricompensa; e così nel fondo delle vostre anime, o virtuosi!
    Ma come grugno di cinghiale, la mia parola scoverà il fondo delle vostre anime; io voglio essere per voi il vomere dell’aratro.
    Tutti i segreti della vostra anima verranno alla luce; e quando starete sdraiati al sole scossi e spezzati, anche la vostra bugia si separerà dalla vostra verità.
    Perché questa è la vostra verità: voi siete troppo puliti per il sudiciume delle vostre parole di vendetta, punizione, ricompensa, retribuzione.
    Voi amate la vostra virtù, come la madre il suo bimbo; ma quando mai si è sentito che una madre ha voluto essere pagata per il suo amore?”


  • 4. dark  |  January 20th, 2009 at 19:10:14

    Ti rispondo.

    1) Si, nel masochista le due cose si confondono; eppure, mantenendo un significato diverso per la maggior parte delle persone, mi sentivo di riportare entrambi i termini, in quanto la (mia e nostra) limitatezza del linguaggio non (mi, in questo caso) permette di esprimere il concetto da più vicino.
    2) Grazie dell’estratto, da cui citerei i seguenti passaggi:

    Ma vi sono taluni che chiamano virtù uno spasimo sotto una sferza: e voi avete troppo ascoltato I loro proclami!
    […]
    E vi sono altri che arrivano pesanti e cigolanti, simili a carri che portino giù pietre: parlano molto di dignità e di virtù; e chiamano virtù i freni!
    E vi sono altri che sono simili ad orologi caricati: fanno tic-tac e chiamano il tic-tac virtù.
    […]
    Vi sono anche quelli che stimano virtù il dire: ‘La virtù è necessaria’; ma in fondo ritengono solamente che occorra la polizia.

    Per chi è interessato:
    http://www.matmatprof.it/nietzsche/zarathustra/virtuosi.htm


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