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Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 7: il sacrificio

Premessa: sono entrato in un gruppo di studio che si prefigge lo scopo di indagare i rapporti umani, nella loro complessa interazione chiamata società, e che mira a migliorare la comprensione di se stessi.

Il sacrificio è una componente importante di queste interazioni interpersonali: esistono individui che decidono di rinunciare ad una parte di se stessi per darla all’altro. Che il ricevente debba rispettare dei canoni stringenti, oppure sia un generico “prossimo”, a questo livello d’analisi non importa. Quello che invece è fondamentale è (cercare di) capire perché il sacrificio sia, per loro, sensato; credo di avere abbastanza esperienza per comprenderlo.

Nell’ultima seduta del gruppo di studio menzionato precedentemente s’è dedotto che ogni essere umano lavora incessantemente per la propria felicità, anche quando non risulta immediatamente ovvio dalle sue azioni. Questo tratto sembra essere simile a quello del resto del regno animale, ma ci sono alcuni aspetti non immediatamente chiari. In particolare, sembrerebbe che alcune azioni umane non siano dettate dalla necessità di aumentare la propria felicità, quanto, piuttosto, dalla disinteressata solidarietà con il prossimo o, peggio (nel senso del mio ragionamento), da un più o meno accentuato danneggiamento di sé in nome del bene comune. Balle. Quando non esistono religioni, morali o simili oppiacei (arriverò a breve sull’argomento), che promettono un ritorno futuro in luogo di un ingente investimento attuale, ogni uomo, si diceva, lavora per la propria felicità.
Esempi in ordine sparso.

  • Disinteressato aiuto degli indigenti? Piuttosto direi realizzazione di un proprio desiderio di dare.
  • Attenzioni molto particolari per una persona, famiglia o comunità? Preferisco chiamarla osservazione dell’altrui benessere e godimento del ritorno d’investimento.
  • Un “eroe” che (ammesso che ne abbia coscienza) si sacrifica in nome di un ideale, o per la patria, o per qualsiasi altro motivo simile, pur ponendosi al servizio dell’altro, lo fa per guadagnare un ritorno in fama o in ricchezza. E quando lo fa per l’altrui benessere, in realtà soddisfa la sua voglia, descritta nel punto precedente, di godere egli stesso del riflesso di felicità che la comunità guadagna.
  • Persino il masochista gode del proprio dolore: non in quanto tale, ma in quanto causa diretta del suo piacere.

Dunque il sacrificio (e la sofferenza da essa derivante, che decantai nel passato, o perlomeno la diminuzione di felicità, oppure il ridimensionamento del benessere atteso) trova giustificazione nell’indiretta felicità che la persona sacrificatasi guadagna. E questo è del tutto sensato, in quanto pur sempre di aumento di benessere di tratta. Il problema insorge quando il sacrificio è speso gratuitamente, senza ritorno. Anche se non siete convinti di questa mia ultima osservazione, please, bear with me for a moment.

Di problema si tratta, invero, in almeno tre situazioni, elencate per crescente gravità:

  1. L’individuo sta lavorando effettivamente per la propria felicità, ma non ne è consapevole. Accade spesso che questo tipo di persone non sappia (o non voglia sapere) dell’effettiva causa del suo sacrificio. Questa debolezza le espone allo sfruttamento altrui (no, mia cara, non credo all’innata bontà del singolo) e rischia di farle piombare nella terza categoria.
  2. La persona che si sacrifica è cosciente della situazione, ma mente a se stesso e agli altri, nascondendo le sue azioni dietro una disinteressata solidarietà. Questa situazione è più grave della precedente, perché l’individuo in questione rischia egli stesso di perdere il contatto con la realtà e di ricadere nella terza categoria; o, peggio, di spingere nel vortice, implicitamente o esplicitamente, altri uomini, che potrebbero anche non essere avvezzi ad essere felici dell’altrui benessere, illudendoli che il mancato ritorno di gioia sia “normale” e, pertanto, rischiando di ridurre il loro pensiero critico. Inoltre questi ultimi, di riflesso, rischiano di essere vittime dell’ultimo tipo di sottoproblema.
  3. Il peggior caso accade quando una persona si sacrifica, non avendo giovamento, ma, anzi, risultandone danneggiata dall’impegno. Che sia vittima di spietati sfruttatori, che sia caduta nella rete del sacrificio per altrui macchinazione o errore di valutazione, o se semplicemente la sua indole non la porta a stare bene per l’altrui felicità, il risultato è lo stesso: diminuzione di benessere. Ed anche se il bilancio netto è in vantaggio perché (magari) il benessere guadagnato dall’altro è maggiore del danno subito, il precedente espone ad ulteriori, futuri, possibili casi di sfruttamento, ma sicuramente, nell’immediato, provoca una destabilizzazione della psiche della persona, che non tutti gli esseri umani sono pronti a sopportare.

Come si inserisce la mia critica alla religione? Girovagando tra i messaggi linkati a vari interventi di un amico (… filosofo? La mia memoria fallisce esattamente quando non dovrebbe), trovavo in rete alcune parole di Friedrich Nietzsche sull’argomento. Nel seguente estratto il filosofo tedesco si scaglia contro il Dio (cristiano, ma anche platonico) della trascendenza e della glorificazione della sofferenza, contrapponendogli il modello dionisiaco della natura e della gioia di vivere.

Qui io pongo il Dioniso dei Greci: l’affermazione religiosa della vita, della vita intera, non negata né dimezzata; che l’atto sessuale susciti pensieri di profondità, di mistero, di rispetto, è tipico. Dioniso contro il Crocifisso: eccovi il contrasto. Non è una differenza nel martirio: piuttosto, il martirio ha un altro senso.

La sofferenza del sacrificio, sostengo, ha senso di esistere, ma solo se compresa. Nietzsche prosegue:

In un caso [il modello dionisiaco], la vita stessa, la sua eterna fecondità e il suo ritornare determina il tormento, la distruzione, la volontà di annientamento… Nell’altro [il dio cristiano], la sofferenza, il Crocifisso come innocente, è un’obiezione contro questa vita, è la formula della sua condanna.

La spiegazione è immediata:

Il problema è quello del senso della sofferenza: o un senso cristiano o un senso tragico. Nel primo caso la sofferenza è la via che conduce ad un’esistenza beata; nel secondo, si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa. L’uomo tragico approva anche la sofferenza più aspra: è abbastanza forte, ricco, divinizzatore per farlo; il cristiano dice di no anche alla sorte più felice che ci sia sulla terra: ed è abbastanza debole, povero, diseredato per soffrire della vita in ogni sua forma…

Sottolineo la frase chiave che mi ha spinto a citare Nietzsche: nel modello dionisiaco si ritiene che l’essere sia abbastanza beato da giustificare anche una sofferenza mostruosa. Ripeto, una sofferenza mostruosa, accettata solo perché il ritorno in benessere è adeguato. E non semplicemente perché è mortificanda vita.

La conclusione è quindi ovvia:

Il Dio in croce è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene – Dioniso fatto a pezzi è una promessa di vita; la vita rinasce in eterno e ritornerà in patria, tornerà alla distruzione.

Qui mi ricollego a quanto dicevo numerose righe fa: sacrificarsi in nome di un futuro ritorno, così lontano da travalicare i confini della vita è un’assurdità, una maledizione, un insulto alla vita che l’umanità, piuttosto, dovrebbe cercare di cancellare e seppellire. L’amore che, invece, ti spinge a viaggiare e soffrire per ore per godere di un (relativamente) breve scorcio di benessere è la dimostrazione del benessere che ritorna benessere, che mette in moto il ciclo di rinnovamento della natura, dove morte rigenera vita.

Ringraziamenti: a Francesco e Ju per gli (involontari) spunti, ma soprattutto ad un’anonima collaboratrice per aver iniziato il discorso.
Nota a piè di pagina: la premessa è una bufala. In parte.

4 comments January 20th, 2009


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