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Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 6: la rabbia

“Non usate la parola rabbia nei vostri temi: i cani prendono la rabbia, gli uomini cadono invece preda dell’ira!”
Ripensando all’argomento di questo post mi sembra di risentire le parole della mia maestra di italiano delle scuole elementari: ma in questo caso la scelta dei termini è tutt’altro che casuale, o imprecisa. Come sempre. Quasi sempre.
Recentemente, rimuginando sulle mie conquiste ed occasioni sprecate della giornata, non ho potuto che considerare il ruolo della rabbia (appunto) nella mia vita quotidiana. Amara (ma io bevo il caffè senza zucchero) ed allo stesso momento straordinariamente potente.

Utilizzare il coraggio come fonte delle proprie forze è un atteggiamento positivo (ne ho parlato tempo fa), ma non è l’unico. Proprio nel post linkato qualche parola fa affermavo che:

il coraggio non si aspetta, si crea

Già, ma come? Come posso io sfidare esplicitamente il lettore (o la lettrice disattenta) con una minaccia quale:

Vuoi che venga a dirtelo di persona?

Può la rabbia essere uno dei catalizzatori della reazione che trasforma il quotidiano trascinarsi sulla terra in vigoroso coraggio? Sì, per esperienza personale.
Ma attenzione, don’t try this at home, gli attori che figurano nello sceneggiato sono professionisti addestrati, abituati a imbrigliare, gestire e convertire la rabbia in apposite vasche di contenimento. Sì, appunto, rabbia, nell’accezione più animalesca del lemma, quella che affonda le proprie radici nel nostro atavico mesencefalo e nei nostri istinti di sopravvivenza della specie.
Generare la rabbia, però, non è così facile come sembra: attaccar briga per ogni pretesto dà semplicemente luogo a nervosismo ed eccitazione, ma non è capace di creare quella purissima forma di cristallina rabbia di cui abbiamo bisogno per il nostro piccolo esperimento. Non pretendo di avere l’ultima parola su questo, ma credo di aver individuato alcuni metodi a basso costo e con netta probabilità di successo:

  • mancare clamorosamente le opportunità di star bene, filosofeggiando poi sull’effettiva ragione dell’epocale fallimento;
  • fare del random blogging, scrivendo della prima cosa che passa per la propria mente;
  • evitare di agire, per non cadere nello stereotipo del Caveman, seppur per una casuale affinità di effetti, ma dovuti a cause ben diverse dalle… “solite”;
  • prediligere l’ascolto prolungato e ripetuto di Tutti morimmo a stento;
  • riscoprire, dopo anni di colpevole trascuratezza, (per non dire: rifugiarsi e trovare solidarietà) i classici;
  • al boot… pardon, al risveglio, inizializzare i registri… i pensieri con quanto sopra e dedicarsi ad iterare infinitamente, ciclicamente su di essi, e su di essa
  • e molti altri procedimenti che ora mi sfuggono.

Si potrà affermare di aver concluso la fase 1 (quella appunto, della creazione della rabbia) quando una inspiegabile frenesia si sarà impossessata del soggetto: frenesia di fare, di agire e negare quanto detto e fatto fino a pochi istanti prima. Voglia di afferrare il primo mezzo di comunicazione a portata di mano, telefonare e sistemare tutto; voglia di aprire alsamixer e spostare gli indicatori del volume sul 100 %, per dare il giusto risalto alle parole del brano che scorre nelle cuffie; voglia di andare là fuori, sotto la pioggia leggera, e di aspettare ininterrottamente.
Bene, è questo il momento cruciale: è questo l’istante che richiede la maggior quantità di forza di volontà. In questa situazione di grande trasporto, bisogna cercare di… non far nulla. Trattenersi, mantenere la propria separazione, evitare ogni contatto, dedicarsi ad altro, impegnare la mente: semplicemente, lasciar cadere la propria frenesia. Se si permettesse alla forza d’animo di prendere il sopravvento in questo istante, tutta la preparazione sarebbe stata vana. Si godrebbe, certo, di un piccolo burst di attività, ma la sua durata e la sua efficacia sarebbero brevissime. Dunque, sopportare, e continuare a vegliare, silenziosamente, sulla città (o paese, che dir si voglia), come crescere il gran guarda il villano.
Quando convertire l’accumulata rabbia in dovuto coraggio e forza d’animo? Il più tardi possibile. Il più tardi possibile.

Era “una persona per bene”, “una persona normalissima”, “una famiglia come tutte le altre”. Errori di percorso. Vittime sacrificabili. Fsck’ing n00bs.

2 comments December 27th, 2008


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