Archive for December, 2008

Fearless

Fearless, from Pink Floyd‘s album Meedle. And you’ll never walk alone.

You say the hill’s too steep to climb,
Chiding!
You say you’d like to see me try,
Climbing!
You pick the place and I’ll choose the time
And I’ll climb
The hill in my own way
just wait a while, for the right day
And as I rise above the treeline and the clouds
I look down hear the sound of the things you said today
Fearlessly the idiot faced the crowd, smiling
Merciless, the magistrate turns ’round, frowning
and who’s the fool who wears the crown
Go down in your own way
And everyday is the right day
And as you rise above the fearlines in his frown
You look down
Hear the sound of the faces in the crowd

Add comment December 29th, 2008

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 6: la rabbia

“Non usate la parola rabbia nei vostri temi: i cani prendono la rabbia, gli uomini cadono invece preda dell’ira!”
Ripensando all’argomento di questo post mi sembra di risentire le parole della mia maestra di italiano delle scuole elementari: ma in questo caso la scelta dei termini è tutt’altro che casuale, o imprecisa. Come sempre. Quasi sempre.
Recentemente, rimuginando sulle mie conquiste ed occasioni sprecate della giornata, non ho potuto che considerare il ruolo della rabbia (appunto) nella mia vita quotidiana. Amara (ma io bevo il caffè senza zucchero) ed allo stesso momento straordinariamente potente.

Utilizzare il coraggio come fonte delle proprie forze è un atteggiamento positivo (ne ho parlato tempo fa), ma non è l’unico. Proprio nel post linkato qualche parola fa affermavo che:

il coraggio non si aspetta, si crea

Già, ma come? Come posso io sfidare esplicitamente il lettore (o la lettrice disattenta) con una minaccia quale:

Vuoi che venga a dirtelo di persona?

Può la rabbia essere uno dei catalizzatori della reazione che trasforma il quotidiano trascinarsi sulla terra in vigoroso coraggio? Sì, per esperienza personale.
Ma attenzione, don’t try this at home, gli attori che figurano nello sceneggiato sono professionisti addestrati, abituati a imbrigliare, gestire e convertire la rabbia in apposite vasche di contenimento. Sì, appunto, rabbia, nell’accezione più animalesca del lemma, quella che affonda le proprie radici nel nostro atavico mesencefalo e nei nostri istinti di sopravvivenza della specie.
Generare la rabbia, però, non è così facile come sembra: attaccar briga per ogni pretesto dà semplicemente luogo a nervosismo ed eccitazione, ma non è capace di creare quella purissima forma di cristallina rabbia di cui abbiamo bisogno per il nostro piccolo esperimento. Non pretendo di avere l’ultima parola su questo, ma credo di aver individuato alcuni metodi a basso costo e con netta probabilità di successo:

  • mancare clamorosamente le opportunità di star bene, filosofeggiando poi sull’effettiva ragione dell’epocale fallimento;
  • fare del random blogging, scrivendo della prima cosa che passa per la propria mente;
  • evitare di agire, per non cadere nello stereotipo del Caveman, seppur per una casuale affinità di effetti, ma dovuti a cause ben diverse dalle… “solite”;
  • prediligere l’ascolto prolungato e ripetuto di Tutti morimmo a stento;
  • riscoprire, dopo anni di colpevole trascuratezza, (per non dire: rifugiarsi e trovare solidarietà) i classici;
  • al boot… pardon, al risveglio, inizializzare i registri… i pensieri con quanto sopra e dedicarsi ad iterare infinitamente, ciclicamente su di essi, e su di essa
  • e molti altri procedimenti che ora mi sfuggono.

Si potrà affermare di aver concluso la fase 1 (quella appunto, della creazione della rabbia) quando una inspiegabile frenesia si sarà impossessata del soggetto: frenesia di fare, di agire e negare quanto detto e fatto fino a pochi istanti prima. Voglia di afferrare il primo mezzo di comunicazione a portata di mano, telefonare e sistemare tutto; voglia di aprire alsamixer e spostare gli indicatori del volume sul 100 %, per dare il giusto risalto alle parole del brano che scorre nelle cuffie; voglia di andare là fuori, sotto la pioggia leggera, e di aspettare ininterrottamente.
Bene, è questo il momento cruciale: è questo l’istante che richiede la maggior quantità di forza di volontà. In questa situazione di grande trasporto, bisogna cercare di… non far nulla. Trattenersi, mantenere la propria separazione, evitare ogni contatto, dedicarsi ad altro, impegnare la mente: semplicemente, lasciar cadere la propria frenesia. Se si permettesse alla forza d’animo di prendere il sopravvento in questo istante, tutta la preparazione sarebbe stata vana. Si godrebbe, certo, di un piccolo burst di attività, ma la sua durata e la sua efficacia sarebbero brevissime. Dunque, sopportare, e continuare a vegliare, silenziosamente, sulla città (o paese, che dir si voglia), come crescere il gran guarda il villano.
Quando convertire l’accumulata rabbia in dovuto coraggio e forza d’animo? Il più tardi possibile. Il più tardi possibile.

Era “una persona per bene”, “una persona normalissima”, “una famiglia come tutte le altre”. Errori di percorso. Vittime sacrificabili. Fsck’ing n00bs.

2 comments December 27th, 2008

Leggenda di Natale

Leggenda di Natale, dall’album Tutti morimmo a stento di Fabrizio de André, ispirata alla canzone Le Père Noël e la petite fille di Georges Brassens.

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
avevi l’età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore
e un babbo Natale che parlava d’amore
e d’oro e d’argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
di pelle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea
l’incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d’un fiore appassito a Natale
la storia d’un fiore appassito a Natale.

1 comment December 25th, 2008

Angel (Massive Attack)

Dedicato ad un sacco di persone, la maggior parte delle quali non lo sapranno mai.

You are my angel
Come from way above
To bring me love

Her eyes
She’s on the dark side
Neutralize
Every man in sight

To love you, love you, love you …

You are my angel
Come from way above

To love you, love you, love you …

Add comment December 23rd, 2008

(I Can’t Get No) Satisfaction

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Da duemila anni a questa parte, nulla è cambiato. E per altrettanto tempo, almeno, non cambierà.
E Catullo mi perdoni l’accostamento a Mick Jagger, e viceversa.

Add comment December 22nd, 2008

Bioritmi

È davvero un peccato che la fase discendente del mio bioritmo coincida con le vacanze di Natale.
Quando cito “bioritmo” non parlo di strane alchimie magiche, figlie di teorie legate ad entità soprannaturali e/o trascendenti, ma piuttosto di un nome convenzionale (mutuato per caso da un amico) che darei al periodico (con T variabile, quindi, hmm, direi meglio ricorrente) variare del mio umore e (perché no?) delle mie capacità fisiche. Ed, inoltre, definisco “discendente”, per semplicità, la direzione dell’umore che porta da quella che la maggior parte del resto della popolazione mondiale chiamerebbe “felicità” verso quella che le medesime persone chiamerebbero “tristezza” e/o “malinconia”. Lungi da me, quindi, voler dare un significato negativo alla discesa.
Beh, probabilmente il divertentismo natalizio (sigh) e l’avvicinarsi dell’ora delle decisioni irrevocabili sono più o meno dirette concause: in ogni caso è un peccato. Mi azzardo a dire che probabilmente vorrei essere altrove adesso.

3 comments December 21st, 2008

Il Polpo (Toti e Tata, Gianni Ciardo in una sit-com tutta barese)

L’altro giorno, quasi per caso, trovavo su Facebook il video di “Kindertutenlieder”, con Emilio Solfrizzi, che i più tra i miei conterranei ricorderanno essere stato il Toti del duo “Toti e Tata”.

Dunque, navigando per la rete riscoprivo che questo video era una delle “sigle” finali (notare i titoli di coda) dello sceneggiato comico Il Polpo, interpretato proprio da Toti e Tata, Gianni Ciardo ed altri attori meno noti.

Questo sceneggiato è composto da 36 piccole puntate (10 minuti circa) e narra la storia di due famiglie rivali (i Sanguellatte e gli Inpetto), in lotta per uno sgarro nato da futili motivi (il mancato prestito di un po’ di prezzemolo). Il nome vuole fare un po’ il filo a “La Piovra”, citando un altro animale abitante del mare. La serie è andata in onda la prima volta nel 1993 (avevo pochi anni 🙂 ), ma (ri?)vedendola adesso mi sto scassando dal ridere.

I punti di forza della sit-com sono indubbiamente la vicenda molto spiritosa ed il frequente riferimento a situazioni colorite, legate alla vita popolare (talvolta gli attori definiscono la sit-com uno sceneggiato “proletario”). Inoltre non sono poche le scene che ricorrono al gioco del metateatro per scherzare sulle vicende stesse, e, soprattutto, sugli sponsor o sugli errori di interpretazione degli attori. È proprio questo uno dei “difetti” dello sceneggiato che, invece, gli attori riescono a capovolgere a proprio vantaggio. Ad esempio, in numerose scene di diverse puntate, Toti e Tata rinfacciano apertamente a Gianni Ciardo di non riuscire a ricordarsi il copione, essendo costretto a leggere direttamente da esso, arrivando a volte a tirargli in faccia i fogli sui quali, fuori dal campo della telecamera, stava sbirciando. Altre volte sono i cameraman ad entrare in scena e non poche volte i cambi di scena avvengono esplicitamente, svelando la struttura del teatro di posa.
Un’altra caratteristica divertente non da nulla è quella legata all’attore che impersona il Brigadiere Saragot, tale Romano Morea. Varie pagine web in rete sostengono che egli sia un ex gelataio in pensione: in ogni caso è evidente dalla sua recitazione (se così si può dire) che non è affatto portato per il mestiere dell’attore. È proprio questa sua inadeguatezza a rendere il suo personaggio più che surreale: in una puntata sbaglia ad uscire di scena, non usando la porta, ma uscendo direttamente dalla scenografia (gli altri attori glielo rinfacciano scherzosamente per lungo tempo). Un’altra volta, sempre abbandonando la scena, egli dimentica di chiudere la cella dalla quale sta uscendo, lasciando solo il detenuto: l’attore che lo impersona (Solfrizzi) non perde l’occasione di apostrofarlo, quasi sorridendo, con un pronto “Giovane, la porta!”.

Ho trovato la playlist di un utente di Youtube che ha caricato tutte le puntate:
http://it.youtube.com/view_play_list?p=DAA6E8F8DCA2FB84
Consiglio a tutti (anche, e soprattutto, ai non baresi, o chi non l’ha mai vista) di dedicare qualche ora alla visione di tutte le puntate. Come anteprima, allego la prima puntata: se vi colpisce, non esitate a cliccare sul link della playlist e godervele tutte! 😉 In caso contrario, fatelo lo stesso 😛 La prima puntata non è, infatti, particolarmente esaltante (anche a causa della necessità di introdurre la vicenda), ma non appena entra in scena anche Gianni Ciardo lo spettacolo raggiunge il top!

Add comment December 20th, 2008

Auguri

Inciampavo per caso nel seguente video, preso da una delle esibizioni di Fabrizio Casalino a Colorado Café.

Istantaneamente venivo colto dalle parole che, pur nello scherzo, il comico attribuiva alla personalità di Carmen Consoli (estratto tra 0:41 e 1:25).

Auguri !
È giunto il tuo genetriaco.
Con animo lieto mi rallegro.
Purtroppo si avvicina il tuo inverno,
con disperante lentezza
si approssima ineluttabile la terza età.
Fra poco tu trascinerai macilento
le tue membra sfinite di vecchio canuto,
rincoglionito e triste
vagherai senza meta per i giardinetti.
Auguri

Ridete, ridete, che fa bene.

Add comment December 10th, 2008

Max Payne, il film: come fare soldi da un videogioco di successo

Il titolo del post molto probabilmente tradisce fin da subito la sensazione che ho avuto guardando il film su Max Payne, uscito in Italia lo scorso venerdì 28. E ci tengo a sottolineare fin da subito che mi sento quasi sollevato che febbre alta e tosse mi abbiano impedito di uscire nello scorso week-end, “costringendomi” a vedere il film utilizzando mezzi alternativi e permettendomi di risparmiare il costo di un biglietto.
Chi non ha ancora visto il film stia tranquillo, in questo mio messaggio non troverà alcuno spoiler.

  • L’impressione che ho avuto a caldo, al termine del film, è stata: ed il bullet time? È possibile girare un film su Max Payne, mi chiedo, dedicando solo 10 secondi a questa componente chiave del gioco? Probabilmente si, deve essersi risposto chi ha ideato questo film.
  • Lo sceneggiatore (o gli sceneggiatori) del film hanno preso alcuni personaggi del gioco e li hanno posizionati a caso all’interno del copione. Così Michelle Payne non lavora più per l’ufficio del procuratore distrettuale, bensì per la Aesir Corporation stessa (!): o anche lo stesso B.B., da semplice poliziotto diventa capo della sicurezza della Aesir (…). Ma anche lo stesso Max, non è più un agente infiltrato nella malavita cittadina, ma è assegnato alla sezione “Cold cases” della polizia. Insomma una confusione enorme, che immagino, però, deve aver semplificato loro la vita.
  • La mitologia norrena è soltanto accennata, sostituita da fiammeggianti immagini di demoni in volo (immagino che chiedere un minimo di conoscenza in materia al fruitore medio di un film sia troppo).
  • La storia venduta dal film semplicemente non regge ed è ricca dei soliti stereotipi. I cattivi che confessano le proprie malefatte all’inerme buono sul punto di morte, senza curarsi del suo effettivo decesso; il progredire della storia non viene affidato ad interrogatori strappati ai cattivi dopo interminabili sparatorie, bensì a casuali associazioni di immagini che il detective Payne impiega 3 anni a formulare (mi riferisco alla somiglianza fra l’onnipresente tatuaggio d’ali ed il simbolo della Aesir).
  • Dov’è finita l’inclinazione noir delle vicende e del protagonista stesso? Deve essersi persa nelle sale di comando della casa produttrice.
  • Infine, il finale: se fossi andato al cinema mi sarei sentito quasi preso in giro dall’ammiccamento finale per un quasi scontato sequel (che è necessario che venga girato, dato che, più che un batter di ciglia, il finale a me è sembrato uno sbatter d’ali).

Non voglio fare il fanboy del caso, ma utilizzare il nome di Max Payne in questo contesto serve solo a catturare moneta extra dai biglietti. Per carità, sia data la più totale libertà d’azione agli artisti del grande schermo: ma se si vuole citare un personaggio, e non ricalcarne la storia, non si faccia spudorato merchandising mirato agli appassionati del gioco.
Verdetto finale: appassionati del gioco, risparmiate il soldi del biglietto (piuttosto procuratevi il film attraverso altri mezzi); cinefili, Max Payne è un film d’azione come ce ne sono tanti, con una storia come ce ne sono tante, con degli effetti speciali… sotto la media.

Add comment December 1st, 2008


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