Archive for November 13th, 2008

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 5: l’alienazione

A tratti dolce, talvolta amara, l’alienazione è una delle sensazioni che si può dire di percepire meglio in una grande città. Contare le persone che ti passano accanto nei minuti che impieghi per arrivare al lavoro/all’università, immaginare a spanne l’ordine di grandezza delle genti che nelle altre zone della città stanno eseguendo le tue stesse azioni, valutare approssimativamente la quantità di individui con le quali condividi il luogo di lavoro/studio, che non conosci e che sicuramente non riconosceresti se incontrassi due volte.
Numeri. Soltanto numeri.

Nel modestissimo paese di 30.000 abitanti nel quale ho trascorso i primi quattro lustri della mia vita non ci si conosce tutti (chiaro), ma sarei in grado di enumerare con soltanto limitata difficoltà, nella mia mente, tutte le persone il cui percorso di vita si intrecciava con la mia, nei quindici minuti di camminata che separavano la mia abitazione dal liceo. I meccanici dell’officina di Giacomino, le cassiere del supermercato, l’altra officina di Pesce, l’autoscuola Netti e le guide delle 8 – 8:20, il negozio di scarpe su Via Castellana, i pescivendoli di Via Giovanni Laterza, i profumi delle focacce di Salus, le chincaglierie del negozio sotto il porticato ‘mbonn all’er, i bar del corso ed i loro già all’epoca fastidiosi tavolini e, per concludere, i soliti coglioni perennemente stazionanti nelle prossimità dello pseudo-bar vicino al liceo.
Prova a ripetere l’esperimento nei viali di Torino, e ti ritroverai ad avere come punto fermo i numeri delle linee dell’autobus da prendere.
(e nonostante il “tu” sia riferito al mio personalissimo esperimento, il discorso può essere certamente generalizzato)

L’idea del numero ritorna, perché è ciò in cui i perversi meccanismi della società ci trasformano per l’adempimento del collettivo continuare ad esistere.

Where have you been? It’s alright, we know where you’ve been.
You’ve been in the pipeline, filling in time,
provided with toys and scouting for boys.

cantava David Gilmour in Welcome to the Machine (riferendosi all’industria della musica, ma faccio comunque mie le sue parole).
E a chi crede di volare via con il sogno di raggiungere i propri obiettivi viene ricordato che:

What did you dream? It’s alright, we told you what to dream.

Cos’è il successo? Qual è il contenuto delle parole con le quali ti viene detto che stai facendo del tuo meglio e stai raggiungendo gli obiettivi che il tuo superiore, la tua azienda, la tua società si aspettano da te?

Well, I’ve always had a deep respect, and I mean that most sincerely.
The band is just fantastic, that is really what I think.
Oh by the way, which ones Pink?

(questa è Have a Cigar, la canzone successiva dell’album Wish You Were Here)

È possibile uscire (ammesso che si debba farlo) da questa situazione di alienazione? Quelli che seguono sono pensieri gettati via a ruota, senza alcuna pretesa di correttezza, coerenza, accettazione personale o lucidità.

  • Accettare l’alienazione, anzi considerarla una manifestazione della propria superiorità. Che questo pensiero derivi da uno spinto solipsismo o da un “semplice” relativismo sensoriale, il punto cruciale risiede nell’idea che i numeri siano gli altri, a cui io, come demiurgo, dono esistenza. Se ne ho voglia, dalla mia somma bontà soffro con voi, altrimenti godo della pace sensoriale che posso raggiungere semplicemente volendolo. Per la serie, io so di esistere, ma non posso dire altrettanto di te: se hai voglia di confutare la mia tesi, provaci pure, ma dubito che ci riuscirai.
  • Tentare di fuggire dall’alienazione: magari scegliere di dedicarsi a qualcuno di caro, che sia una persona in particolare, una famiglia, o una comunità, non importa. Questo tentativo porta (porterebbe?) alla costruzione di un esoscheletro di relazioni che annullerebbe (mitigherebbe?) la sensazione da “catena di montaggio” propria dell’alienazione. È quello che mi viene in mente ascoltando Wish You Were Here, sempre dall’omonimo album. Guarda caso, ne avevo brevemente parlato tempo fa, in occasione della morte del tastierista dei Pink Floyd, Richard Wright.

    How I wish, how I wish you were here.
    We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
    Running over the same old ground.
    What have you found? The same old fears.
    Wish you were here.

    Con la differenza che, all’epoca, la canzone mi trasmetteva una certa sensazione di speranza e di invito a combattere sempre per il bene, proprio e dei propri cari. Sarà stato un momento (o magari il momento è questo), ma adesso la vedo proprio in maniera opposta: desiderare che tu sia qui è, in realtà, solo l’illusione di un irraggiungibile benessere.

  • Rassegnarsi. Accettare lo status quo e mitigare episodicamente il proprio malessere: per rendere l’idea, fatevi un giro su Facebook (o qualsivoglia sito di social networking) e stimate quale sia la percentuale di iscritti che hanno scelto come propria immagine personale una in cui sfoggiano un recipiente, più o meno capiente (e più o meno colmo), di bevande alcooliche. Non che io non approvi, ma altre volte ho già detto che preferisco vivere con il cervello acceso: anche se al minimo, ma acceso. Citando De André, in particolare la canzone Verranno a chiederti del nostro amore dall’album Storia di un impiegato:

    Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
    come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
    i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro,
    i tuoi occhi assunti da tre anni.
    I tuoi occhi per loro,
    ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo,
    o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
    e troppo stanchi per non vergognarsi
    di confessarlo nei miei,
    proprio identici ai tuoi.
    Sono riusciti a cambiarci,
    ci son riusciti lo sai.

    L’album tratta proprio del processo di presa coscienza di un borghese sessantottino, ma, nella mia personalissima interpretazione, questo particolare estratto lascia ben poco spazio a speranze per il futuro.

Non sapevo come concludere questo post sull’alienazione. Per lungo tempo ho cercato un video musicale che fosse all’altezza delle mie aspettative, fallendo. Poi ho realizzato. Buona visione.
(per chi non capisce il senso del video, spiegazione a seguire)

L’uomo (ammettiamo per semplicità che lo sia) nel video è Steve Ballmer, già amministratore delegato della Microsoft, presidente della stessa da metà 2008. Il senso profondo del discorso dal quale è stato estratto il “developers, developers!” e con cui è stato realizzato il divertentissimo video qui sopra è, a mio avviso, questo: “venite a lavorare da noi, abbiamo bisogno di scimmie ammaestrate che sappiano programmare, volevo dire, sviluppatori…”. E lì sei davvero solo una sequenza di bit (inefficienti e non liberi, tra l’altro).

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