Archive for November, 2008

La salita e l’immancabile caduta (Max Payne)

Un titolo generico per un personaggio dalle mille sfaccettature, che mi ha sempre affascinato: Max Payne. La salita e la caduta sono le due fasi principali della vita del personaggio videoludico, di cui racconterò brevemente la storia.

  • Nel primo episodio del gioco (intitolato semplicemente Max Payne), vengono spiegate le origini del personaggio: Max è un poliziotto sotto copertura, che sta cercando i responsabili del brutale massacro di sua moglie e sua figlia. Esse, infatti, erano state barbaramente uccise, nell’abitazione in cui vivevano, da una banda di strafatti di Valchiria, una droga fittizia che è il vero e proprio filone principale dell’azione di gioco. Inizialmente Max segue la pista della mafia, ma ben presto scopre il coinvolgimento di una potente multinazionale. In varie scene del gioco Max incontra Mona Sax, che, nonostante ciò che accade in questo episodio (non faccio spoiler 🙂 ), ricompare viva e vegeta nel secondo.
  • Nel secondo episodio (il cui titolo completo è Max Payne 2: The Fall of Max Payne) si narrano le vicende successive a quelle del primo, con ulteriori coinvolgimenti di vecchie conoscenze. Non mi dilungo a parlare di questo episodio, perché immancabilmente rovinerei molte sorprese che accadono nel primo titolo. In ogni caso la trama completa è su Wikipedia, nel caso qualcuno voglia leggerla 😉 .

Cosa rende Max Payne così speciale per me (e quindi perché lo consiglierei a chi non ci ha mai giocato)? Cercherò di spiegarmi.

Innanzitutto, è un bel gioco d’azione, con molti tratti caratteristici del Third Person Shooter. La storia è noir al punto giusto e le ambientazioni sono all’altezza delle aspettative. La scelta di intervallare i momenti di gioco vero e proprio con scene in stile “romanzo illustrato” (che nel panorama cinematografico ho visto solo in Sin City, per intenderci) aumentano nel giocatore l’impressione di immersione nella vicenda.
Dal punto di vista tecnico, il gioco ha introdotto nel panorama videoludico il concetto del bullet-time (per intenderci, le scene di scontri a fuoco super-rallentate in stile Matrix, come quella che segue), che contribuisce notevolmente all’eccitazione del videogiocatore (oltre a rappresentare una componente essenziale per il superamento di certi passaggi critici, nel gioco).

Non da meno è l’introspezione fatta dagli sceneggiatori nel personaggio di Max. Data la sua storia personale, il personaggio è tormentato dagli incubi del massacro della sua famiglia ed è ossessionato dal pensiero di non aver dedicato abbastanza tempo a sua moglie. Questo particolare è importante non solo in chiave affettiva, ma anche perché la scarsa attenzione dedicata da Max alla consorte nelle sue ultime settimane (e giorni) di vita contribuisce notevolmente alla vicenda della sua morte (non mi dilungo causa possibile spoiler). Questo tormento si traduce, ad esempio, in incubi giocabili direttamente dal giocatore, che sicuramente sono una delle parti più caratteristiche del prodotto. Inoltre, per quanto mi riguarda, il rapporto di Max con il mondo, principalmente negativo, ma soprattutto greve, riflessivo, distaccato, a tratti cinico, ne fa uno dei miei antieroi preferiti (per i giocatori di D&D, il classico Caotico Neutrale).
L’atteggiamento di Max si manifesta, inoltre, in una lunga serie di frasi cult, sia nelle scene illustrate, sia in quelle d’azione, di cui ne riporto qualcuna presa da Wikiquote:

[Il telefono squilla]
– Dal vivo, direttamente dalla scena del crimine.
– Chi parla?
– Posso saperlo anche io?
– Vice procuratore Jim Bravura della Polizia di New York. Dovete interrompere ogni attività criminale ed arrendervi immediatamente.
– Certamente Jim. Ne ho parlato ai ragazzi e siamo tutti molto dispiaciuti. Non lo rifaremo più.

Un virus letale era stato rilasciato nel corrotto sistema circolatorio della città.Qualcosa che non avrebbero dimenticato. Si chiamava Max Payne.

Gognitti correva terrorizzato, ma con un proiettile infilato nello stomaco come una bottiglia di tabasco spezzata non sarebbe andato lontano. Non so per gli angeli, ma per gli uomini è la paura che mette le ali.

Gognitti si era infilato in un vicolo cieco. I vapori che emergevano dai tombini davano l’impressione che ci fosse l’inferno a bruciare sotto di noi. Era l’ora delle confessioni.

Il retro del palco conduceva verso il santuario di Jack Lupino. L’aria irrespirabile sembrava innalzare muri invisibili fortificati dall’odore di un incenso dolciastro e appiccicoso come la resina. Era questo il cuore in putrefazione della grande mela. Lupino doveva essere vicino, come un ragno al centro della sua ragnatela, in attesa. I vapori nell’aria iniziavano ad intorpidirmi i sensi.

Il segreto in queste situazioni è non avere assi nella manica, contrariamente a quanto si dice nei film. Nessuna regola, nessun mantra, nessun segreto, nessun piano. Non importava quanto fossi intelligente o bravo. Era solo una questione di fortuna, e chiunque la pensi diversamente è un illuso. L’unica cosa che si può fare è colpire ciecamente, il più duro ed il più a lungo possibile.

Proprio quando credi di essere piombato nel più freddo degli orrori, scopri di poter scendere ancora più in basso. Come potevo ammutolire la suadente vocina dentro la mia testa secondo la quale adesso ancor più di prima la mia vendetta era finalmente giustificabile sotto qualsiasi morale? La suadente vocina provava oltre ogni dubbio che la mia esistenza era ormai dannata.

Il passato è come un buco nero. Puoi provare a scappare, ma più corri, più questo cresce terribilmente alle tue spalle, e lo senti sfiorarti i talloni. L’unica via di uscita è quella di voltarsi e affrontarlo. […] Ma è come guardare dentro la tomba della donna che ami. […] O ficcarti in bocca la canna di una pistola, sentire il proiettile che freme dentro il tamburo, pronto a farti schizzare via il cervello.

Era rimasta una sola cosa da fare. Fui costretto a ridare a [nome personaggio, anti-spoiler] la sua pistola. Un proiettile alla volta.

Infine, il gioco si prende in giro: in numerosi dialoghi è possibile ascoltare dei giochi di parole su “Max Payne” (“payne” in inglese suona molto simile a “pain”, cioè dolore), o dei nemici discorrere sul bullet-time stesso, e così via.

Potete avere una breve anteprima del gioco in questo video su YouTube, nel quale sono presenti la maggior parte delle caratteristiche che ho elencato:
http://it.youtube.com/watch?v=56LEzKVhVyE

Per concludere, il trailer italiano del film (che vedrà Pino Insegno come doppiatore di Max). La critica estera l’ha stroncato, definendolo un film per soli appassionati, e gli stessi amanti dei titoli videoludici hanno in parte confermato l’inferiorità del film rispetto ai due episodi del gioco. In ogni caso, però, credo andrò a vederlo lo stesso.

Add comment November 22nd, 2008

Late Goodbye

Nel mio momento Max Payne (in preparazione per l’uscita del film, il 28 novembre, che andrò a vedere nonostante i critici esteri lo stiano stroncando), non poteva che tornarmi in mente la canzone dei titoli di coda dell’episodio 2. Nonostante io non possa rigiocarci su Wine (al contrario di quanto sto facendo con il primo episodio), causa vari problemini dovuti alla mia Intel Corporation 82852/855GM Integrated Graphics Device, questa melodia non l’ho mai dimenticata.
Il nome è, appunto, Late Goodbye ed è stata composta dalla band Poets of The Fall, che Wikipedia classifica come gruppo rock.
L’interpretazione della stessa è lasciata alla sensibilità dell’ascoltatore 🙂

In our headlights, staring, bleak, beer cans, deer’s eyes.
On the asphalt underneath, our crushed plans and my lies.
Lonely street signs, power lines, they keep on flashing, flashing by.

And we keep driving into the night,
it’s a late goodbye, such a late goodbye…
and we keep driving into the night,
it’s a late goodbye.

Your breath, hot upon my cheek, and we crossed that line.
You made me strong when I was feeling weak, and we crossed that one time.
Screaming stop signs, staring wild eyes, keep on flashing, flashing by.

And we keep driving into the night,
it’s a late goodbye, such a late goodbye…
and we keep driving into the night,
it’s a late goodbye.

The devil grins from ear to ear when he sees the hand he’s dealt us,
points at your flaming hair, and then we’re playing hide and seek.
I can’t breathe easy here, less our trail’s gone cold behind us,
till’ in the john mirror you stare at yourself grown old and weak.

And we keep driving into the night,
it’s a late goodbye, such a late goodbye…
(x4)

Add comment November 18th, 2008

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 5: l’alienazione

A tratti dolce, talvolta amara, l’alienazione è una delle sensazioni che si può dire di percepire meglio in una grande città. Contare le persone che ti passano accanto nei minuti che impieghi per arrivare al lavoro/all’università, immaginare a spanne l’ordine di grandezza delle genti che nelle altre zone della città stanno eseguendo le tue stesse azioni, valutare approssimativamente la quantità di individui con le quali condividi il luogo di lavoro/studio, che non conosci e che sicuramente non riconosceresti se incontrassi due volte.
Numeri. Soltanto numeri.

Nel modestissimo paese di 30.000 abitanti nel quale ho trascorso i primi quattro lustri della mia vita non ci si conosce tutti (chiaro), ma sarei in grado di enumerare con soltanto limitata difficoltà, nella mia mente, tutte le persone il cui percorso di vita si intrecciava con la mia, nei quindici minuti di camminata che separavano la mia abitazione dal liceo. I meccanici dell’officina di Giacomino, le cassiere del supermercato, l’altra officina di Pesce, l’autoscuola Netti e le guide delle 8 – 8:20, il negozio di scarpe su Via Castellana, i pescivendoli di Via Giovanni Laterza, i profumi delle focacce di Salus, le chincaglierie del negozio sotto il porticato ‘mbonn all’er, i bar del corso ed i loro già all’epoca fastidiosi tavolini e, per concludere, i soliti coglioni perennemente stazionanti nelle prossimità dello pseudo-bar vicino al liceo.
Prova a ripetere l’esperimento nei viali di Torino, e ti ritroverai ad avere come punto fermo i numeri delle linee dell’autobus da prendere.
(e nonostante il “tu” sia riferito al mio personalissimo esperimento, il discorso può essere certamente generalizzato)

L’idea del numero ritorna, perché è ciò in cui i perversi meccanismi della società ci trasformano per l’adempimento del collettivo continuare ad esistere.

Where have you been? It’s alright, we know where you’ve been.
You’ve been in the pipeline, filling in time,
provided with toys and scouting for boys.

cantava David Gilmour in Welcome to the Machine (riferendosi all’industria della musica, ma faccio comunque mie le sue parole).
E a chi crede di volare via con il sogno di raggiungere i propri obiettivi viene ricordato che:

What did you dream? It’s alright, we told you what to dream.

Cos’è il successo? Qual è il contenuto delle parole con le quali ti viene detto che stai facendo del tuo meglio e stai raggiungendo gli obiettivi che il tuo superiore, la tua azienda, la tua società si aspettano da te?

Well, I’ve always had a deep respect, and I mean that most sincerely.
The band is just fantastic, that is really what I think.
Oh by the way, which ones Pink?

(questa è Have a Cigar, la canzone successiva dell’album Wish You Were Here)

È possibile uscire (ammesso che si debba farlo) da questa situazione di alienazione? Quelli che seguono sono pensieri gettati via a ruota, senza alcuna pretesa di correttezza, coerenza, accettazione personale o lucidità.

  • Accettare l’alienazione, anzi considerarla una manifestazione della propria superiorità. Che questo pensiero derivi da uno spinto solipsismo o da un “semplice” relativismo sensoriale, il punto cruciale risiede nell’idea che i numeri siano gli altri, a cui io, come demiurgo, dono esistenza. Se ne ho voglia, dalla mia somma bontà soffro con voi, altrimenti godo della pace sensoriale che posso raggiungere semplicemente volendolo. Per la serie, io so di esistere, ma non posso dire altrettanto di te: se hai voglia di confutare la mia tesi, provaci pure, ma dubito che ci riuscirai.
  • Tentare di fuggire dall’alienazione: magari scegliere di dedicarsi a qualcuno di caro, che sia una persona in particolare, una famiglia, o una comunità, non importa. Questo tentativo porta (porterebbe?) alla costruzione di un esoscheletro di relazioni che annullerebbe (mitigherebbe?) la sensazione da “catena di montaggio” propria dell’alienazione. È quello che mi viene in mente ascoltando Wish You Were Here, sempre dall’omonimo album. Guarda caso, ne avevo brevemente parlato tempo fa, in occasione della morte del tastierista dei Pink Floyd, Richard Wright.

    How I wish, how I wish you were here.
    We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
    Running over the same old ground.
    What have you found? The same old fears.
    Wish you were here.

    Con la differenza che, all’epoca, la canzone mi trasmetteva una certa sensazione di speranza e di invito a combattere sempre per il bene, proprio e dei propri cari. Sarà stato un momento (o magari il momento è questo), ma adesso la vedo proprio in maniera opposta: desiderare che tu sia qui è, in realtà, solo l’illusione di un irraggiungibile benessere.

  • Rassegnarsi. Accettare lo status quo e mitigare episodicamente il proprio malessere: per rendere l’idea, fatevi un giro su Facebook (o qualsivoglia sito di social networking) e stimate quale sia la percentuale di iscritti che hanno scelto come propria immagine personale una in cui sfoggiano un recipiente, più o meno capiente (e più o meno colmo), di bevande alcooliche. Non che io non approvi, ma altre volte ho già detto che preferisco vivere con il cervello acceso: anche se al minimo, ma acceso. Citando De André, in particolare la canzone Verranno a chiederti del nostro amore dall’album Storia di un impiegato:

    Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
    come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
    i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro,
    i tuoi occhi assunti da tre anni.
    I tuoi occhi per loro,
    ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo,
    o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
    e troppo stanchi per non vergognarsi
    di confessarlo nei miei,
    proprio identici ai tuoi.
    Sono riusciti a cambiarci,
    ci son riusciti lo sai.

    L’album tratta proprio del processo di presa coscienza di un borghese sessantottino, ma, nella mia personalissima interpretazione, questo particolare estratto lascia ben poco spazio a speranze per il futuro.

Non sapevo come concludere questo post sull’alienazione. Per lungo tempo ho cercato un video musicale che fosse all’altezza delle mie aspettative, fallendo. Poi ho realizzato. Buona visione.
(per chi non capisce il senso del video, spiegazione a seguire)

L’uomo (ammettiamo per semplicità che lo sia) nel video è Steve Ballmer, già amministratore delegato della Microsoft, presidente della stessa da metà 2008. Il senso profondo del discorso dal quale è stato estratto il “developers, developers!” e con cui è stato realizzato il divertentissimo video qui sopra è, a mio avviso, questo: “venite a lavorare da noi, abbiamo bisogno di scimmie ammaestrate che sappiano programmare, volevo dire, sviluppatori…”. E lì sei davvero solo una sequenza di bit (inefficienti e non liberi, tra l’altro).

Add comment November 13th, 2008

Web Application FAIL @ Politecnico di Torino

Cosa succede quando un’applicazione Web è scritta male? Oppure se viene su come un insieme di patch applicate sequenzialmente, da autori diversi, ad un prodotto scritto male?
Probabilmente viene su il Portale della Didattica del Politecnico di Torino.
Chiedete ad un qualsiasi utente del portale: frequenti downtime, misteriosi errori SQL:
Little Bobby Tables
(evviva l’escape ed il binding)
Per non parlare dell’assoluta inusabilità della sezione del materiale didattico. Ma, in fondo, non è grave. Basta che i nostri dati siano al sicuro. In effetti, se qualcuno volesse vedere, ad esempio, le fotografie degli studenti, dovrebbe essere innanzitutto autenticato, ma soprattutto autorizzato a vederle. Nella pratica, ogni studente è autorizzato a vedere solo la propria foto e quelle dei professori dei corsi che segue (anche se da un po’ di tempo questa funzionalità é broken).
Se volete convincervene, provate a sostituire a XXXXXX una qualsiasi matricola numerica >= 100000 :

http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.foto_studente?p_matricola=XXXXXX

(gli iscritti al Poli possono provare anche ad autenticarsi, prima, e poi seguire il link sopra per la propria matricola)
Peccato che qualche genio deve aver avuto la pensata sbagliata e deve aver realizzato che, per la porzione di applicazione web che stava sviluppando, questa restrizione era troppo vincolante (già, portarsi in giro dei dati di sessione, o fare delle query SQL corrette, è troppo faticoso). Dunque, dalle pagine relative agli esami IELTS si raggiunge la propria foto mediante un indirizzo diverso:

http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.maria_test?p_matricola=XXXXXX

Adesso la prova possono farla tutti. Sostituite XXXXXX con una matricola numerica di esattamente sei cifre (magari non troppo alta).
Buon divertimento.

(non sono io ad aver scoperto questa vulnerabilità, ma un amico, al cui sito fornirò il link se me ne darà il permesso)
(e, no, non avviserò proprio nessuno)

3 comments November 12th, 2008

Il dolore, la solitudine, l’autorità

  • Il dolore che accetti di provare quando ti spingi troppo oltre, sia il limite una mangiata pantagruelica a base di superfrittate, o il dannato attaccamento che puoi provare per qualcuno o qualcosa.
  • La solitudine nella quale ogni giorno scegli di vivere il tuo dolore, ammesso che di scelta si tratti.
  • L’autorità, che si conquista vivendo assieme agli altri e non con un voto di fiducia, che ferma i fiumi ed i mari con poche e semplici parole.

Ma, soprattutto… il segnale seq nei processori ARM serve ad accedere in modo ottimizzato e sequenziale alla memoria!

Ascolti del momento: un po’ di tutto di Bob Dylan, tra Mr. Tambourine Man e Like a Rolling Stone.

Add comment November 11th, 2008

La Puglia ed i suoi dialetti (Pino Campagna)

Si, è un po’ vecchiotto come video, ma io l’ho visto solo ora, causa il mio salvifico allontanamento dal televisore.
Pino Campagna parla dei dialetti pugliesi nella puntata del 20 ottobre 2008 di Zelig.

Add comment November 5th, 2008

È questione di occhi

Dedicato a tutti quei momenti e situazioni in cui crediamo tutto sia cambiato, ma basta uno sguardo (magari rubato) per capire che, invece, non è cambiato un bel niente.
Sigh.

Fiori rosa, fiori di pesco, c’eri tu
fiori nuovi stasera esco, ho un anno di più
stessa strada, stessa porta.
Scusa se son venuto qui questa sera
da solo non riuscivo a dormire perché
di notte ho ancora bisogno di te
fammi entrare per favore solo
credevo di volare e non volo
credevo che l’azzurro di due occhi per me
fosse sempre cielo, non è
fosse sempre cielo, non è
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
no, non sto sbagliando mi ami
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero
dimmi che è vero,
dimmi che è vero
dimmi che noi non siamo stati mai lontani
ieri era oggi, oggi è già domani
dimmi che è vero, dimmi che è ve…
scusa credevo proprio che fossi sola
credevo che non ci fosse nessuno con te
oh scusami tanto se puoi
signore chiedo scusa anche a lei
ma io ero proprio fuori di me
io ero proprio fuori di me quando dicevo
posso stringerti le mani
come sono fredde tu tremi
no, non sto sbagliando mi ami
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…
dimmi che è vero, dimmi che è vero…

Add comment November 4th, 2008

Il futuro, l’odio, l’esilio, la terra

Le domande più importanti arrivano inaspettate. Ed è il flash davanti al quale un amico mi ha appena parato: non che io non ci avessi già pensato, ma sentirselo chiedere così direttamente…

lui: ma tu ci pensi
lui: che andremo avanti tutta la vita
lui: a fare solo roba legata ai computer?
lui: se ci pensi in questi momenti cupi non ti viene da star male?
lui: 🙂
me: non me ne parlare che è un dramma (senza faccina)
lui: no, perchè nerd per hobby ok
lui: ma per lavoro + hobby
lui: + poli
lui: è da internarsi
me: si si
me: è una sensazione che ho ogni tanto
lui: sono convinto che noi finiremo per odiare tutto.
lui: apriremo un agriturismo
lui: e vivremo del frutto delle nostre terre
lui: è l’unica soluzione possibile IMHO
me: non lo escludo a priori
lui: grazie a dio c’è un log, vedrai che sarai così
me: già, ma dovrei conservarlo e ricordarmene
lui: lo farai.
me: ed essere capace di riprenderlo
lui: lo sarai.
me: e volerlo rileggere
lui: lo vorrai

Ascolto correlato: Inverno di Fabrizio de André, dall’album Tutti morimmo a stento. Restare o partire, aspettare l’estate o fuggire l’inverno?
(e grazie a chi me l’ha fatta scoprire 😉 )

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

1 comment November 3rd, 2008


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