Archive for October, 2008

Il diavolo in corpo

Ricevo e molto volentieri ripubblico un video targato Acmos su una serie di importanti avvenimenti del recente passato e dell’immediato futuro torinese e dell’Italia tutta.
Due mobilitazioni:

  • un corteo di studenti universitari (sfilato ieri, in realtà), contro la legge 133 del ministro Gelmini;
  • una raccolta di firme per la promozione del referendum abrogativo contro il lodo Alfano, oggi in piazza San Carlo, domani in piazza Vittorio Veneto.

Storia completa: sul blog di Acmos

(che l’essere più decisi non si limiti solo a certi ambiti…)

Add comment October 11th, 2008

Ode to the sniper

Il titolo voleva essere un po’ meno sbilanciato, ma non sono riuscito a trattenermi. E non è il solito delirio da guerrafondaio (dato che non lo sono), lasciatemi argomentare per favore 😉
Innanzitutto: perché questo post? Sicuramente i miei recenti successi collegiali di quake3 top fragger hanno risvegliato in me quella passione per gli FPS che l’estate aveva temporaneamente soppresso. Inoltre, recenti avvenimenti mi hanno instillato la voglia di rivedere qualche film… “epico”… e la mia ricerca è passata anche su Salvate il soldato Ryan.
La figura del soldato Jackson, interpretato da Barry Pepper, mi ha sempre affascinato: quella del tiratore scelto (o cecchino, che dir si voglia), sniper in inglese.

A parte, ripeto, le implicazioni direttamente collegate al combattere ed uccidere un altro uomo (comportamenti che la nostra società dovrebbe punire in quanto dannosi per i suoi stessi partecipanti, ma questa è un’altra storia…) ho sempre notato una certa somiglianza tra le attitudini di un esperto tiratore (in particolare quelle del soldato Jackson) ed il mio atteggiamento verso il mondo. Le elenco in ordine sparso, senza pretese di correttezza e con il timore di annoiarvi (ma il tasto di chiusura della finestra è sempre disponibile, non sentitevi obbligati a restare 😉 ).

  • Prediligere, per necessità o scelta, la solitudine ed avere sempre un senso di distacco dalle cose.
  • Una eccezionale riserva di pazienza.
  • La scelta di lavorare nell’ombra, lontano dagli occhi dei più.
  • Un tiratore scelto, da solo di fronte a grandi avversità, è spacciato se non si nasconde. Ma in gruppo diventa indispensabile ed insostituibile.
  • Dover esprimere il meglio di sé in un istante.
  • Dover (e voler) contare solo sulle proprie forze per sopravvivere e riuscire nei propri intenti.
  • Nel caso di Jackson, la sua scelta di attingere la sua forza direttamente dalla sorgente (nel suo caso Dio, nel mio caso un’altra…).
  • Sempre nel caso di Jackson, la sua brutta fine (cfr. video qui sotto).

Video d’obbligo per concludere il messaggio:

Add comment October 10th, 2008

Ormoni

“Quando siamo felici possiamo fare tutto”, “Il rapporto che mi lega a quella persona mi farebbe fare qualsiasi cosa”, “Non riesco a spiegarmi perché in alcune situazioni sono emozionato”.
Le nostre conversazioni, le arti, i nostri pensieri sono pieni di frasi come queste: partendo da incredulità e stupore nei confronti delle proprie emozioni, passando per la loro accettazione, arrivando ad una personificazione delle stesse. Sono tutte attività lodevoli, per carità: io stesso non mi mantengo particolarmente lontano da esse. Ma, a mio parere, un po’ di cognizione di causa non fa mai male: ricordarsi delle origini biochimiche delle nostre sensazioni eviterebbe la proliferazione di credenze e superstizioni, in qualsivoglia forma esse si manifestino. Beh, chiaramente, quelle che per me sono credenze e superstizioni… (e per chi altri, sennò?)

  • Siamo felici assieme ad una persona? Ormoni.
  • Nei momenti in cui siamo “trasportati dalle cose” solleveremmo montagne e spazzeremmo via oceani? Ormoni.
  • Non riusciamo a distogliere la nostra attenzione da qualcuno o qualcosa? Ormoni.

(i tecnici mi concedano di citare solo gli ormoni, sia per mia ulteriore ignoranza in materia, sia per semplicità 😉 )
Gli stessi processi fisici che possono rendere l’organismo umano dipendente da oppiacei (questa volta in senso proprio 😉 ), alcoolici, ma anche cibi, possono renderlo dipendente da situazioni ed eventi. Ed allora vorremmo continuare a rivivere gli stessi eventi e ritornare nelle stesse situazioni.
C’è problema in questo? Affatto. Ma, per favore, evitiamo di inventarci frasi ad effetto come “la sede dell’emozione X è il cuore”, a meno che non si stia parlando del peptide natriuretico atriale e dei suoi effetti sull’organismo umano. Se vogliamo usare queste frasi in senso “artistico” (termine qui usato con subdola ed esplicita piega verso il dispregiativo), facciamolo pure, ma non diffondiamo in giro false notizie. Già in molti hanno problemi a capire che la Terra non è piatta e che può anche essere che essa giri attorno al Sole, e non viceversa (ma mettiamoci d’accordo sul sistema di riferimento, prima): non peggioriamo le cose.
Inoltre, credo che così saremmo anche molto più resistenti contro le emozioni “negative” ed accetteremmo diversamente la mancanza di quelle “positive”. Per poi (tentare di) abbandonarvisi nel momento opportuno.

5 comments October 7th, 2008

Why?

Agent Smith: Why, Mr. Anderson? Why, why, why? Why do you do it? Why, why get up? Why keep fighting? Do you believe you’re fighting for something, for more than your survival? Can you tell me what it is, do you even know? Is it freedom, or truth, perhaps peace, could it be for love? Illusions, Mr. Anderson, vagaries of perception. Temporary constructs of a feeble human intellect trying desperately to justify an existence that is without any meaning or purpose! And all of them as artificial as the Matrix itself. Although only a human mind could invent something as insipid as love. You must be able to see it Mr. Anderson, you must know it by now. You can’t win, it’s pointless to keep fighting! Why, Mr. Anderson, why? Why do you persist?
Neo: Because I choose to.


Courtesy of your fellow translator: 😉

Agente Smith: Perché signor Anderson? Perché? Perché? Perché lo fa? Perché si rialza? Perché continua a battersi? Pensa veramente di lottare per qualcosa a parte la sua sopravvivenza? Sa dirmi di che si tratta, ammesso che ne abbia coscienza? È la libertà? È la verità? O magari la pace… Non mi dica che è l’amore! Illusioni, signor Anderson, capricci della percezione, temporanei costrutti del debole intelletto umano, che cerca disperatamente di giustificare un’esistenza priva del minimo significato e scopo! Ogni costrutto è artificiale quanto Matrix stessa! Anche se devo dire che solo la mente umana poteva inventare una scialba illusione come l’amore! Ormai dovrebbe aver capito signor Anderson, a quest’ora le sarà chiaro, lei non vincerà, combattere è inutile. Perché, signor Anderson? Perché? Perché persiste?
Neo: Perché così ho scelto.

Add comment October 6th, 2008

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 3: la sofferenza

Per un po’ di tempo ho pensato di chiamare questo messaggio “il masochismo”, ma ho deciso di modificarlo in “la sofferenza” per ridurre le possibilità di fraintendimento sul suo significato.
Un bel po’ di tempo fa (ehm… 7-8 anni fa??), durante le discussioni con un mio carissimo amico, scoprii che lui tendeva ad accumulare sul proprio computer un gran numero di file inutili, arrivando quasi al limite di riempimento dell’hard disk, perché così, nei momenti in cui si dedicava alla ripulitura del disco, poteva quasi arrivare ad illudersi di aver guadagnato molto spazio di archiviazione. Sul momento il concetto mi era sembrato un po’ strano (e certamente non privo di senso), ma col passare del tempo ho legato questo suo ragionamento al mio rapporto con la sofferenza.

A volte mi capita di impelagarmi in discorsi o situazioni che mi danneggiano più o meno direttamente: vedasi il recente burst di messaggi sul Gruppoaiuto (chi sa, sa), od il mio continuare a ficcare il naso nelle di lei “conquiste”, od il mio ricercare ricordi e foto de “I vecchi tempi” (questa è sottile, graditi commenti 😉 ). Al che verrebbe da chiedersi cosa mi spinge a persistere diabolicamente nell’errore (in realtà verrebbe da chiedermi, ma io so già la risposta, e questo è tutto un artificio narrativo).
Come nell’esempio ad inizio post, accumulare sofferenza mi consente, scaricandola successivamente, di illudermi di star diventando via via più felice, anche nei momenti in cui questo non è completamente vero. “Illudermi” è forse una parola errata in questo contesto, in quanto sono in genere cosciente dell’azione che sto compiendo e, tipicamente in piena lucidità, scelgo di perseverare.
E questo mi distingue da un masochista: mentre egli trova giovamento direttamente nel dolore stesso, io invece sfrutto l’energia potenziale della sofferenza per trasformarla, quando serve, nell’energia cinetica della felicità. Per questo la risposta alla domanda

spero che non stia facendo troppo male

non poteva che essere:

no, a me no

Ascolti del momento? Non possono che essere La descrizione di un attimo e La signora dai capelli neri ed il cacciatore 😉

1 comment October 5th, 2008

Ask for Janice: the coward’s tale

This strip appeared some days ago on Digg (link to the story).

Link to the original version (quite stretched)
Link to a reflowed version I made

Preview:
Ask for Janice

Add comment October 4th, 2008

Guida pratica alla vita sul pianeta Terra, parte 2: la solitudine

Questa volta, apro con un video legato a Faber. Questa traccia di parlato è la prima dell’album Ed avevamo gli occhi troppo belli, chiamata (guarda un po’) Elogio della solitudine. Parte delle idee di De André combaciano con le mie, pertanto la uso come innesco del messaggio. Miei commenti a seguire.

Un po’ di tempo fa avevo parlato della malinconia come stato d’animo ideale per l’indagine riflessiva, contrapposta all’eccessiva felicità che rischierebbe di cancellare le sfumature della nostra vita e la nostra percezione del mondo circostante. Ebbene, è indubbio che la malinconia sia una sensazione che va vissuta prevalentemente in solitudine, pertanto mi sento obbligato a parlare anche di questo.
Non sto negando la compagnia e le amicizie, anzi. Queste ultime, se di ottima qualità, hanno il pregio di saperti risollevare nei momenti di difficoltà, o di pararti di fronte ai problemi della vita nei momenti di estrema gioia: gli estremi si toccano, è giusto così, abbiamo bisogno di tenere gli occhi aperti e le relazioni ci costringono a farlo. Però, come il buon Faber suggerisce, le migliori soluzioni ai propri problemi si trovano cercando in solitudine: nessuna soluzione venuta dall’esterno potrà mai essere salvifica per l’essere umano se non viene interiorizzata, fatta propria, processata all’interno di sè per la reale e definitiva accettazione e messa in opera.
Inoltre, la solitudine è componente essenziale per la definitiva e totale fusione dell’uomo con l’universo: come accade in tutte le pratiche di meditazione, solo l’isolamento dell’uno dal resto del mondo può metterlo in contatto con ogni goccia di pioggia, filo d’erba, atomo di carbonio, particella subatomica. Rimanendo sdraiati su un prato di campagna (o, per coloro che non possono permetterselo, sul proprio letto, con la stanza nell’oscurità più assoluta), in contemplazione, con il dovuto rilassamento si riesce a percepire l’esistenza di ogni singola molecola che compone l’atmosfera (salvo poi, per qualcuno un po’ audace, vedere riflessa in esse la propria essenza). Se mi si concede una divagazione, questo è un comportamento simile, ma fondamentalmente diverso, da quello che si ottiene rimanendo in silenzio, immobili, abbracciati alla persona che si ama (parlo per ipotesi, eh…). In quel caso i due individui smettono di avere esistenze separate e ne rimane uno solo, sopraffacendo le sensazioni esterne, che vengono annullate; nella solitaria meditazione con il mondo, l’individuo e l’universo si fondono ed il resto (il difficile è definire questo “resto”) smette di esistere. Anche se la sensazione è transitoria, è meritevole di una prova. Anzi, di multiple e ripetute prove.
Per questo mi sento di consigliare a tutti quelli che leggeranno questo mio delirio di imparare a fare un po’ di sana e solitaria meditazione: basta sfogliare le pagine di Facebook (ad esempio) per rendersi conto di quale porzione della popolazione mondiale non riesce a stare da sola con se stessa, facendo pesare questa propria incapacità sul resto della società. I sintomi di questo problema (perché di tale si tratta) li potete notare ogni domenica, nelle curve degli stadi di tutta Italia.

3 comments October 2nd, 2008

De pudendorum ostentatione

Una breve riflessione sul significato di fare blogging al giorno d’oggi (nonostante il mio maldestro tentativo di scrivere un complemento d’argomento latino dopo quattro anni di inattività), scaturita dalla mia recentemente aumentata produzione letteraria (lo è!) e dai commenti ricevuti, online e di persona.

Le tipologie (a livello di contenuto) di blog sono tantissime: si va dal blog tecnico a quello dell’attention whore, da quello da fanboy a quello di facciata per il CV. E poi ci sono i tanti diari di tante persone che, chi più, chi meno, scrivono qualsiasi cazzata venga loro in mente, à la Twitter (non che io mi senta del tutto escluso da questa categoria).
Partiamo dal presupposto che si abbiano delle cose da dire, ma che di persona non sia così facile. Ipotizziamo anche che scrivere sia più facile che parlare (anche se ignorare un blog è molto più semplice che ignorare un discorso). Diamo anche per dimostrato che enigmi e rompicapi risultino piacevoli alle orecchie ed alla mente. Ed, infine, si dia per assunto che la scrittura dia molto più tempo alla riflessione, mentre le parole hanno il brutto vizio di dover esser pronunciate quando si ha poco tempo a disposizione o, peggio, troppa emozione in corpo.
Triturate bene il tutto, aggiungete un pizzico di solipsismo, un firewall a tenuta quasi stagna con poche regole d’accesso con jump ACCEPT (alle quali si fa, purtuttavia, frequente accesso) ed otterrete dark cave.
Dove le metafore si sprecano.

3 comments October 1st, 2008

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