Migranza

October 22nd, 2008 at 12:37am dark

Mentre le soleggiate campagne corrono accanto al mio finestrino, mentre gli ulivi lasciano il passo a nebbiosi vitigni, mentre il sole stanco decide di terminare i propri doveri oltre l’orizzonte occidentale, mentre il mio personale contachilometri della settimana raggiunge e supera quota duemila, mentre la locomotiva dell’Eurostar City 9754 dimostra tutta l’abilità dell’uomo di (costruire macchine che possano) convertire energia elettrica in energia cinetica, la parola che più spesso mi viene in mente (a meno quelle da lei recentemente pronunciate) è “migranza”.
La nostra società pretende di catalogarci stampando sul nostro documento d’identificazione la nostra cittadinanza e la nostra residenza: senza saperlo (e soprattutto senza volerlo) veniamo catapultati in un mondo in cui queste due sole informazioni decideranno una sostanziale porzione della nostra vita. Maggiormente nella società occidentale, che ha dimenticato lo status di nomade da svariate decine di migliaia d’anni, queste due caratteristiche hanno un peso determinante su quanti anni possiamo aspettarci di vivere, contro quanti e quali sacrifici dovremo lottare, quali saranno gli individui e le cose che maggiormente di rallegreranno, eccetera… L’ambiente farà il resto con il passare del tempo, ma (potremmo pensare) tipicamente esso non cambia durante la nostra esistenza. Ma in ogni caso saranno proprio queste sensazioni, questi umori, queste talvolta inesprimibili combinazioni di cause, impresse nella nostra memoria e nelle nostre viscere, a determinare chi siamo e saremo.
Beh, insomma. Più o meno.

Questa analisi sarebbe corretta da un punto di vista generale, come media degli umori e delle condizioni di tutti gli uomini. Ma, scendendo ad un livello di dettaglio più vicino alle persone, vedremmo chiaramente che non è così. Flussi migratori di uomini e donne in cerca di felicità ridisegnano ogni giorno il panorama demografico del nostro pianeta. Non che le motivazioni che regolino questo valzer di numeri siano uguali per tutti, ma credo di poter riconoscere qualche tratto tipico:

  • C’è chi con premeditazione decide di rinunciare all’immediata felicità e di scommettere sul proprio futuro, forte dell’appoggio dell’amico denaro o dell’amico potere.
  • C’è chi, invece, oppresso proprio dai due precedenti, per lui nemici, non ha altra scelta che migrare, in un altro luogo che presumibilmente non gli riservi lo stesso magro trattamento.
  • C’è chi migra trasportato dal momento, dal vortice dei propri pensieri ed emozioni (più frequentemente, da una combinazione non lineare dei due), incapace di mettere radici e di prosperare in un luogo preciso della Terra.
  • C’è chi si sposta per rifarsi una vita, o per cercare di afferrare una fumosa nuova opportunità (a volte, immancabilmente, fallendo).
  • Ed infine c’è chi migra con la mente, pur permanendo fisicamente a lungo, a volte per sempre, sulla stessa porzione del globo, in attesa dell’occasione, dell’opportunità o della possibilità di concretizzare le proprie inespresse immaginazioni.

Tra tutti questi individui certamente non mancano gli opportunisti, coloro che si aggrappano alle debolezze degli altri per superare le proprie. Non mi dilungherò su questo comportamento, che non considero intrinsecamente sbagliato (in quanto inevitabile ed incancellabile retaggio delle nostre origini animali), ma che invece, a mio parere, dovrebbe essere condannato e punito nella società, in quanto è una di quelle abitudini che maggiormente mina la diffusione della felicità generalizzata. Ma non trascendiamo a parlare di democrazia, sarà argomento per un altro messaggio.
Gli opportunisti, dicevo. Nonostante una parte del totale che non riesco a quantificare sia composta proprio da loro, la restante fetta della popolazione migrante è destinata a soffrire (in modo non uniforme nella quantità e nelle modalità) a causa dello strappo (più o meno continuo o ripetuto) dall’ambiente che l’ha allevato. C’è chi vive questa separazione come un’opportunità di ampliare i propri orizzonti; c’è chi, semplicemente, soffre. Nonostante tutto, una porzione non indifferente della popolazione mondiale è insensibile a queste tematiche (mi è sempre piaciuto parlare della loro versione italiana come “informi ammassi ameboidi dal colore verdognolo”): nonostante proprio tra queste persone sia viva una certa “passione” per l’incondizionata accettazione delle idee dei padri, essi stessi dimenticano quanto i propri padri abbiano sofferto, vittime dello stesso rifiuto che i figli restituiscono ai nuovi migranti.

Ed allora non posso che cantare le lodi dei migranti, onorare i loro sacrifici, ricordare in eterno tutte le Ellis Island sulle quali sono sbarcati ed alle quali hanno rimesso le proprie vite, in nome di quello che consideravano il benessere (salvo poi, talvolta, accorgersi del contrario), loro e dei lori cari; tutti i Sacco e Vanzetti illusi, depredati e delusi, schiacciati dalla deforme società che vuole la sofferenza degli invisibili per ripagare a caro prezzo le gioie dei benestanti. E richiamo nelle mie vene la loro forza d’animo e la loro disperazione, accolgo su di me le loro gioie e sofferenze, mi faccio carico dei loro sospiri di malinconia, nostalgia e d’amore, affinché m’aiutino, ancora una volta, l’ennesima volta, a migrare.

E per concludere con il video d’obbligo le parole di “Scene Eight, The Spirit Carries On”, undicesima traccia dell’album “Metropolis Pt 2 – Scenes From a Memory” dei Dream Theater, che la limitata capacità d’immagazzinaggio del mio cellulare e la mia propensione verso l’abitudine mi hanno fatto ascoltare numerose volte durante le recenti giornate di viaggio. Una buona canzone in un ottimo concept album, che suggerisco a tutti coloro che cercano musica rock e testi non esattamente banali (anche se ammetto di conoscere i Dream Theater per questa sola opera). Di questo brano apprezzo particolarmente il percorso crescente dalla calma iniziale alla impetuosità finale, il passaggio tra 01:50 e 02:10 (per il testo, qui sotto in neretto) e tutta la canzone da 04:20 verso la fine (per testo, melodia, voce principale e coro).

Where did we come from?
Why are we here?
Where do we go when we die?
What lies beyond
And what lay before?
Is anything certain in life?

They say “Life is too short”
“The here and the now”
And “You’re only given one shot”
But could there be more
Have I lived before
Or could this be all that we’ve got?

If I die tomorrow
I`d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

I used to be frightened of dying
I used to think death was the end
But that was before
I’m not scared anymore
I know that my soul will transcend

I may never find all the answers
I may never understand why
I may never prove
What I know to be true
But I know that I still have to try

If I die tomorrow
I’d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

“Move on, be brave
Don’t weep at my grave
Because I’m no longer here
But please never let
Your memories of me disappear”

Safe in the light that surrounds me
Free of the fear and the pain
My questioning mind
Has help me to find
The meaning in my life again
Victoria’s real
I finally feel
At peace with the girl in my dreams
And now that I’m here
It`s perfectly clear
I found out what all of this means

If I die tomorrow
I’d be alright
Because I believe
That after we’re gone
The spirit carries on

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